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Museo Storico Nazionale dell'Arte Sanitaria
Lungotevere in Sassia, 3 (Ospedale S. Spirito)
Téléphone:06 6893051 - 06.6787864
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INFORMATIONS GéNéRALES :

Musée :Museo Storico Nazionale dell'Arte Sanitaria
Type: MUSÉE SCIENTIFIQUE
adresse : Lungotevere in Sassia, 3 (Ospedale S. Spirito)
Téléphone:06 6893051 - 06.6787864

Visitabile il lunedì-mercoledì-venerdì dalle 10,00 alle 12,00
Per visitare il museo in altre giornate è necessario prenotare

Si effettuano visite guidate per gruppi (minimo 10 partecipanti)

Trasporti
Autobus: fermata Piazza Pia - Castel Sant'Angelo,
Linee 40 e 62 fermata Lungotevere in Sassia - S. Spirito,
Linee 46, 62, 644, 98, 870, 881, 916
Metro: Linea A fermata Cipro Musei Vaticani


Museo Storico Nazionale dell'Arte Sanitaria Museo Storico Nazionale dell'Arte Sanitaria Museo Storico Nazionale dell'Arte Sanitaria Museo Storico Nazionale dell'Arte Sanitaria Museo Storico Nazionale dell'Arte Sanitaria Museo Storico Nazionale dell'Arte Sanitaria Museo Storico Nazionale dell'Arte Sanitaria Museo Storico Nazionale dell'Arte Sanitaria
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Il Museo Storico Nazionale dell'Arte Sanitaria, inaugurato nel 1933, è ospitato all’interno del complesso ospedaliero di Santo Spirito in Sassia.  Costituisce una delle più importanti documentazioni di carattere storico e scientifico sull'arte della medicina.  L'ospedale infatti, fondato da Papa Innocenzo III nel 1198, aveva tra i suoi compiti anche quello dell'insegnamento della medicina, ed era perciò dotato di una ricca Biblioteca, del Teatro anatomico e della Speziera. 
Il Museo si articola in una serie di ambienti legati ai nuclei delle collezioni: la Sala Alessandrina (con le tavole anatomiche del '700); la Sala Flaiani (con preparazioni anatomo-patologiche della fine del XVIII sec.  e modelli in cera); la Sala Capparoni (con ex voto romano-etruschi, farmacie portatili, vasellame di farmacia del XVI-XVII sec. ); la Sala Carbonelli (con strumenti chirurgici romani per uso oculistico e ostetrico e una raccolta di microscopi d’epoca). 

Ricostruiti in scala naturale anche due suggestivi ambienti: un’antica Farmacia e un Laboratorio alchimistico. 

Portico
Fa parte dell’antica sala Alessandrina, costruita tra il 1665-6 7 dal papa Alessandro VII Chigi.  Sulla parete sinistra, in alto, si ammira lo stemma di Pio IX con una lapide in marmo (1896).  Sotto è sistemato un grande mortaio in marmo ai cui lati si trovano due enormi angeli.  Sulla parete accanto un’altra lapide ricorda il restauro del 1797, quando ricopriva la carica di Precettore (massima carica dell’ospedale) mons.  Giovanni Castiglioni. 
Sotto gli archi e a terra sono sistemati alcuni stemmi in travertino provenienti dall’Ospedale Santo Spirito, riconoscibili dallo stemma con la doppia croce.  Percorrendo il portico a destra, dietro l’angolo, è murato il monumento eretto nel 1902 in ricordo del giovane medico Enrico Biondi, ucciso da un malato di mente. 

Sala Alessandrina
È posta perpendicolarmente alle sale Sistine che componevano l’Ospedale Santo Spirito in Sassia. 
È chiamata anche “ospedaletto”, in quanto destinata al ricovero dei feriti di guerra.  Lunga 33,11 m, larga 10,78 e alta 10,89, riusciva a ospitare 64 letti.  Attualmente è adibita a sala conferenze. 
Le 19 tavole anatomiche a stampa e colorate a mano visibili alle pareti risalgono all’inizio dell’800.  Furono eseguite da Antonio Serantony sotto la guida scientifica di Paolo Mascagni (1755-1815), famoso anatomista e abile descrittore soprattutto del sistema linfatico.  Nove tavole rappresentano le “viscere”, tre gli “stratum”, e sette i “sistemi” , che rappresentano l’intero corpo umano (sistema muscolare, srterioso, venoso, linfatico e osseo). 
Oltre alla stampa con figura di donna in piedi con addome sezionato di autore ignoto, sono esposti anche tre dipinti su tavola di proprietà di Guglielmo Riva (1627 ca-1676), insigne chirurgo dell’Ospedale della Consolazione:
• il Microcosmo, che raffigura un uomo in piedi con il corpo sezionato.  Sullo sfondo un paesaggio, un cane e un albero con fronde e frutta sul quale è posato un fringuello.  Ai piedi dell’uomo una grande pergamena scritta in latino.  In basso si legge “Jo Girarid sculp”.  È noto che la scoperta dei vasi chiliferi si deve a Gaspare Aselli (1581-1626), ma fu Guglielmo Riva a fornire all’artista le dettagliate informazioni per raffigurare in questo dipinto il sistema chilifero dell’uomo. 
• il Cervello, che mostra un individuo con la scatola cranica aperta.  In basso è visibile un’iscrizione latina;
• il Fegato, che raffìgura un individuo con l’addome sezionato che tiene un cartiglio scritto in latino. 
In fondo alla sala, a sinistra, una statua in gesso su piedistallo in marmo rappresenta Esculapio. 

Scalone
Dalla sala Alessandrina si accede al piano superiore percorrendo una scala monumentale; sulla doppia gradinata che si sviluppa simmetricamente sono allineati i busti di medici illustri, tra cui quello di Ippocrate (scultura di Achille Fabbri, XIX secolo) e quello di Giuseppe Maria Lancisi. 
Sulla parete destra della scala è poggiato alla parete il piano del tavolo anatomico in marmo con gocciolatoio, scanalato ai bordi, sul quale fu deposto il cadavere di Goffredo Mameli.  Originariamente si trovava nella camera mortuaria della Trinità dei pellegrini. 
Sul pianerottolo dello scalone vi è una cassapanca in legno del XVII secolo ornata da teste di leone dove venivano conservate le erbe medicinali.  Proviene dalla Spezieria dell’Ospedale Santo Spirito. 
Ai lati della porta attraverso cui si accede alla sala Flajani si notano due grandi medaglioni, raffiguranti Pio VI e il cardinale Francesco Saverio de Zelada.  Le lapidi sotto ai medaglioni ricordano i tre Fondatori del Museo (Borgatti, Capparoni e Carbonelli), e il primo presidente dell’Accademia, Pietro Capparoni, di cui è visibile la testa in bronzo. 

Sala Flajani
È la prima sala che incontriamo in cima allo scalone e contiene il fondo antico del Museo: un impietoso campionario di deformità natali o morbose.  Si tratta di preparati anatomo-patologici a secco del tardo Seicento, e di malformazioni natali preparate sia a secco che in formalina. 
Le preparazioni anatomo-patologiche riguardano alterazioni dello scheletro e dei vasi dovute a malattie oggi fortunatamente sparite o rarissime, come le lesioni delle ossa craniche dovute alla sifilide o le cosiddette gomme “sifiliche”.  Le malformazioni natali comprendono crani di feti e piccoli scheletri, di cui alcuni macrocefali e un bicefalo. 
Oltre a questa rassegna di deformità, nella scaffalatura in legno di rosa del più puro stile impero è raccolta la collezione delle cere.  Questa fu ordinata dal cardinale Francesco Saverio de Zelada, segretario di Stato di papa Pio VI, in due tempi, nel 1779 e nel 1792, al ceroplasta G.  Battista Manfredini, che le esegui sotto la direzione scientifica del famoso anatomista dell’Università di Bologna Carlo Mondini. 
La prima volta il cardinale ordinò uno “studio ostetrico” che rappresentasse l’utero a grandezza naturale nei differenti stati e con varie distocie fetali, cioè i casi in cui il feto si presenta in modo anomalo.  Sono 36 preparazioni che dovevano servire per l’insegnamento dell’ostetricia.  Il cardinale fu molto soddisfatto, tanto che ordinò un’altra serie di preparazioni rappresentanti tronchi anatomici con le relative tavole “di corteggio”. 
I tronchi anatomici sono plastici generali del corpo umano, le tavole i corrispondenti dettagli di organi interni.  Sono riproduzioni di grande esattezza scientifica e di rara qualità artistica.  Tutte le cere sono conservate in cassette di noce. 
Al centro della sala, possiamo vedere il tempietto che conteneva uno strumento con cui si triturava la corteccia di china senza farla disperdere.  Risale all’ultimo quarto del XVIII secolo e fu eseguito su disegno di Giovanni Battista Cipriani da Siena. 
La polvere di china rivoluzionò il metodo di cura della malaria, febbre endemica a Roma e nella regione circostante dove ogni anno mieteva centinaia di vittime. 
Sempre al centro della sala è collocato il modellino in legno delle corsie Sistine dell’Ospedale Santo Spirito che riproduce fedelmente perfino le pitture murali che decorano le corsie (1935), e quello dell’Ospedale San Giacomo in Augusta detto “degli Incurabili”, eseguito dall’arch.  Camporese per essere presentato al papa per l’approvazione (XIX secolo). 
Sulla parete destra una collezione piuttosto singolare: quella dei calcoli estratti dal fegato, dai reni e dalla vescica di pazienti operati nell’Ospedale Santo Spirito nel XIX secolo. 

Sala Capparoni
Lato sinistro
La raccolta di ex voto (vetrina B1) etruschi, romani, greci e moderni dimostra come fìn dall’antichità i problemi legati alla salute fossero spesso risolti sul piano della magia e della religione: gli ex voto erano offerti per ottenere la guarigione o per ringraziare dell’avvenuta guarigione, un’usanza tuttora presente nei nostri santuari.  Di questa commistione tra magia e medicina restano altre evidenti testimonianze come il corno del mitico liocorno (B5), montato in bronzo dorato con relativo astuccio in marocchino del XVI secolo, e la palla di bezoar (B4). 
Nei bestiari il liocorno era descritto come un animale mezzo caprone mezzo cavallo con un lungo corno, che partiva dal centro della fronte.  Secondo le leggende era ferocissimo ma si andava ad accuciare in braccio alle fanciulle vergini.  Approfittando di ciò i cacciatori gli gettavano addosso le reti e gli segavano la protuberanza.  Il liocorno è chiaramente un animale immaginario e il suo corno è in realtà il dente di un cetaceo molto raro: il Narvalo.  Il Bezoar è una palla di natura calcarea, di origine biliare che si forma nell’apparato digerente dei ruminanti.  Sia il corno di liocorno che il bezoar erano considerati un antidoto contro ogni male. 
Tra le curiosità presenti nella sala, una piccola “Venere anatomica” (B2) in avorio, di fattura tedesca del 1600, con torace e ventre apribili per mostrare la posizione del feto.  Sempre in avorio è un clistere (B2) risalente al XVII secolo. 
Appoggiata a terra, una stele funeraria di un medico liberto di Adriano, P.  Elio Curziano.  Sul fastigio sono scolpiti due volumi e una busta con strumenti chirurgici. 
Diverse farmacie portatili (B4) (XVII-XIX secolo) documentano la storia della farmacia: le più antiche provengono dalla fonderia del granduca Ferdinando Il di Toscana e da quella di Santa Maria Novella.  Le farmacie portatili erano usate dagli speziali o dai medici in occasione di viaggi o per interventi urgenti su infermi che non potevano essere trasportati.  In alcuni casi erano usate anche da persone ricche che, partendo per lunghi viaggi, non tralasciavano di portare con sé la propria farmacia da viaggio che conteneva boccettine di vetro con dentro i medicamenti, accompagnate dal relativo foglietto illustrativo. 
Su un ripiano sottostante sono esposte le “pastiglie di terre sigillate” (B4), cioè piccoli quantitativi di terra conservati in sacchetti garantiti da un sigillo apposto da varie istituzioni - prima tra tutte i Cavalieri di Malta - che ne garantivano l’autenticità.  Malta era un luogo privilegiato perché, come narrato negli Atti degli Apostoli, san Paolo fu morsicato da una vipera appena sbarcato nell’isola, ma si salvò.  Queste pastiglie, in particolare, provengono dalla fonderia del granduca di Toscana e sono composte di terra prelevata nell’isola d’Elba. 
Una curiosità notevole è la Siringa di Mauriceau (B2).  Si tratta di un tubicino di gomma che si applicava a una siringa in ottone per introdurre acqua benedetta nella cavità uterina, allo scopo di battezzare ante partum i feti che correvano il pericolo di soccombere durante il travaglio.  La disposizione, voluta dal cardinale Borromeo, indusse Mauriceau (1673-1709) - l’ostetrico della famiglia reale - ad inventare questo strumento. 
Sulla parete in fondo sono esposti vetri e vasi da farmacia.  Sopra la vetrina alcuni quadri a olio raffigurano medici illustri.  Al centro è il ritratto di Girolamo Fabrizio d’Acquapendente, insigne chirurgo ed anatomista del XVI secolo, mentre spiega l’anatomia ad un giovane (probabilmente il figlio Francesco) servendosi di un modellino; nella mano sinistra ha uno specillo mentre la mano destra posata su un gruppo di libri, alcuni dei quali recano i nomi di Avicenna, Aristotele, Galeno.  A sinistra in basso possiamo vedere il ritratto di Giovanni Maria Lancisi. 
Continuando il percorso della sala, troviamo una macchina per l’elettroterapia del XIX secolo.  È l’antesignana delle macchine per elettrochoc. 
Nella vetrina successiva vi sono gli oggetti e gli strumenti donati dai professori Orlando Solinas e Giuseppe Ovio, illustre maestro di oculistica che fu anche vicepresidente dell’Accademia.  Nella vetrina B9 sono conservate due piastrelle in ceramica invetriata attribuite a Luca della Robbia che rappresentano L’assistenza agli infermi. 

Sala Carbonelli Lato destro
Appena entrati, troviamo la cattedra del Lancisi in legno di noce con scaletta di accesso dalla quale G.  M.  Lancisi teneva le lezioni di medicina ai sanitari dell’Ospedale Santo Spirito, per le tornate dell’Accademia Lancisiana e per le altre conferenze o riunioni scientifiche. 
Guardando verso la parete di fondo del braccio destro della sala, in un’alta vetrina sono conservate due preparazioni veramente spettacolari.  Da una parte il preparato a secco del sistema nervoso centrale e periferico eseguito da Luigi Raimondi nel 1844, dall’altra il sistema nervoso centrale e periferico eseguito da Stefano Ftattocchio. 
Nella vetrina C1 troviamo gli strumenti che servivano all’antico chirurgo per eseguire gli interventi più comuni: trapani per poter effettuare operazioni sul cranio, seghe per amputare gli arti andati in cancrena - va segnalata la sega che appartenne all’esercito napoleonico, con lama istoriata, tenuta da un manico a scatola, in cui si conservano ancora pinze e coltelli per le operazioni - e lancette per poter eseguire i salassi. 
Nella vetrina C2 sono conservati gli strumenti d’indagine, ovvero gli specula vaginali e anali.  Sulla parete del ripiano superiore una stampa di autore ignoto rappresenta una venere ostetrica (XVII secolo).  Tra le curiosità, la mano di una bimba tredicenne (C3), perita di meningite nel 1881 e “metallizzata’ da Angelo Motta di Cremona, morto in povertà nell’Ospedale Mauriziano di Torino nel 1888, portando con sé il segreto della metallizzazione dei corpi.  Una collezione di microscopi di varia forma ed epoca (XVII-XIX secolo) ci portano al tempo di Galilei, Leuwenhoek, Vallisnieri e Malpighi, ed una raccolta di occhiali del XVI e XVII secolo è conservata nell’armadio C4. 
Sulla parete due stampe.  Una rappresenta L’abito della medicina di autore ignoto, l’altra rappresenta una Giovinetta affetta da morbo, incisione di Francesco Bartolozzi tratta dal dipinto Il farmacista 1752) di Pietro Longhi (1702-1762).  In basso, la didascalia recita “Vezzosa giovinetta un morbo assale/che rauca rende la parola e il canto/l’esamina un perito e scrive intanto/medica penna la ricetta al male”. 
Nelle vetrine C5 e C6 vi sono ex voto e strumenti chirurgici, e copie di reperti di scavi archeologici in gesso e ferro. 
Nella parete di fondo, vetri e vasi di farmacia.  Su un ripiano sono raccolti gli unguentari romani le cui dimensioni variano dai 5 ai 12 centimetri e risalgono al 1-1V secolo d.  C.  Le altre tipologie di vetri risalgono al XVII-XVIII secolo e sono bottiglie, barattoli e albarelli.  Vetri particolari sono quelli da ospedale: bicchierini per dissetare gli ammalati, matule, coppette da salasso, orinali e addirittura pappagalli.  È esposto anche un biberon di manifattura francese. 
Su un ripiano in basso vi è la bottiglia di Leyda, prototipo del condensatore elettrico ideato a Leiden (Germania) per compiere semplici esperienze di elettricità e l’apparecchio di Avogadro (1776-1856), con cui l’illustre fisico sperimentò la sua legge sui gas.  Fu presentato alla I Mostra Nazionale della Scienza a Firenze nel 1929.  Nell’armadio trapezoidale al centro (C9) è esposta una raccolta di strumenti ostetrici proveniente dal reparto maternità dell’Ospedale San Giovanni del Laterano, donata dal papa Pio IX: forcipi, cefalotribi, uncini, clisteri. 
Tornando al centro della sala, sul lato destro troviamo un torchio in legno per la farmacia del secolo XVII proveniente dall’Ospedale San Giovanni di Torino.  Sulla parete accanto alla finestra una piccola stampa raffigura il Medico della peste nel tipico abbigliamento che il medico usava durante le epidemie di peste: una lunga cappa di tela cerata, guanti, occhiali e una maschera con un lungo becco.  All’interno del becco erano poste sostanze odorose, che avevano lo scopo di purificare l’aria che si respirava dai “vapori venefici”.  Il medico inoltre portava con sé un lungo bastone con cui toccava l’ammalato, rimanendo a debita distanza.  Seguono una sedia e un lettino da parto. 
Sorpassando la farmacia e il laboratorio troviamo nell’ordine:
• insegna ottagonale di chirurgo-barbiere del XVI secolo sorretta da un braccio in ferro.  Il dipinto presenta da una parte il ritratto di un vecchio barbuto con tunica verde oliva e mantello rosso, sul retro un’iscrizione: HABITATIONE DI/ ANTONIO LAMBERTO DET(TO)/ ORCINO, CIRUGICO ET OPERA(TO)RE/ CHE TAGLIA FIGLIOLI ET/ HUOMINI CHE PATIS CONO! MALE DELLA PIETRA ET LEV(A)I LA CATTARATA;
• stampa a colori raffigurante un medico che controlla nella matula l’urina della paziente che è di fronte a lui;
• statua lignea rappresentante un oppiato in legno policromo del XVI secolo proveniente da una farmacia del Piemonte;
• quadro a olio raffigurante l’anfiteatro anatomico dell’ospedale della Consolazione, dove operava Guglielmo Riva (XVII secolo);
• quadro a olio raffigurante una scena di peste ambientata in una piazza con le figure di malati in primo piano e sullo sfondo personaggi che guardano l’apparizione della Madonna (XVII secolo);
•due apparecchi per anestesia dei primi anni del XIX secolo, fabbricati dalla Drager di Lubecca.  Si tratta di autentici cimeli: il primo, a cloroformio ed etere, fu costruito nel 1914 su scala industriale , l’altro, tutto in nichel, è uno dei primi modelli messi in commercio con l’avvento del protossido di azoto, con ossigeno ed etere in circuito chiuso;
• mobile in noce a nove sportelli sormontato da uno scudo con lo stemma crociato dei Savoia e la corona reale, contenente l’armamentario chirurgico donato da Vittorio Emanuele II (1860). 
Al centro della sala, in vetrine a leggio, sono conservati alcuni erbari del Settecento, medaglie, diplomi di aromatario o farmacista e di medico.  Gli erbari raccolgono circa 600 piante, soprattutto medicinali essiccate e pressate, appositamente trattate con metodi scientifici atti a garantirne la conservazione per anni.  Sono montate su fogli ed ogni esemplare è corredato da notizie relative alla classificazione, al tipo di ambiente in cui preferibilmente si sviluppa, al luogo e alla data di raccolta.  Gli erbari testimoniano l’importanza che aveva nella cura delle malattie la conoscenza delle erbe medicinali, da cui attraverso i procedimenti di macerazione, distillazione, estrazione e spremitura si traevano i principi attivi. 

Farmacia
Fedele ricostruzione di un’antica farmacia del XVII secolo, con il pavimento in cotto e il soffitto a cassettoni.  Un grande banco di legno massiccio è posto dirimpetto alla porta d’ingresso.  Sul banco c’è la bilancia, con cui il farmacista pesava le polveri. 
L’efficacia dei rimedi infatti era strettamente legata all’armonia degli ingredienti e all’esattezza delle dosi da somministrare ai pazienti.  Spesso, invece di pesare gli ingredienti, si usavano i cucchiai come unità di misura.  Nelle farmacie infatti, esisteva tutto uno strumentario per preparate e conservare i medicinali: mortai, per ridurre in polvere le sostanze; cucchiai e spatole per dosare, mescolare, impastare e somministrare i rimedi; imbuti di vetro o di metallo per versare i liquidi; contenitori sia di vetro che fittili per riporre i farmaci e bilancine per pesare i medicinali. 
Lo speziale troneggiava dietro il banco e il medico e i notabili si raccoglievano intorno a lui.  Anzi, il medico spesso riceveva i suoi pazienti proprio in farmacia, un uso conservato in certe regioni d’Italia quasi fino ai nostri tempi.  Nelle antiche raffigurazioni italiane il medico è spesso rappresentato in farmacia nell’atto di visitare, di prescrivete una ricetta o di esaminare l’orina. 
A partire dalle Costitutiones di Federico II nel XIII secolo, la figura dello speziale era diventata autonoma rispetto a quella del medico.  Di grande aiuto per lo sviluppo delle spezierie fu la pubblicazione delle farmacopee, cioè raccolte di ricette per la cura delle malattie più diffuse e di regole per la conservazione della salute. 
Sugli scaffali che ricoprono le pareti della sala, trovano posto i vasi da farmacia che contenevano i medicamenti.  La maggior parte proviene dalle spezierie di Santo Spirito, San Giacomo e Santa Maria della Consolazione di Roma. 

Laboratorio Alchemico
E’ allestito scenograficamente in un’atmosfera di magia e superstizione.  Dal soffitto pende un coccodrillo impagliato, che fu spesso usato in antiche terapie proprio perché alla “curiosità” zoologica erano attribuite virtù mediche straordinarie.  Sembra di dover vedere tra storte, alambicchi, mortai e vetri di ogni forma l’ombra di Faust, ma l’oggetto che più attira l’attenzione del visitatore è indubbiamente il calco della famosa porta ermetica (l’originale è nei giardini di piazza Vittorio).  Si racconta che i segni arcani e cabalistici incisi sulla porta rappresentino la formula della pietra filosofale, quella che permetteva di trasformare i metalli vili in oro. 
Accanto si trova un grande contenitore di pietra del XVII secolo munito di coperchio e chiavistello, che veniva usato per la preparazione della triaca, una sorta di panacea, adatta per qualsiasi malanno.  La storia narra che il primo medicamento del genere fu ideato da Mitridate, re del Ponto.  Al “mitridato” (così era chiamato il suo antiveleno, composto da circa ottanta ingredienti) Andromaco il Vecchio, medico di Nerone, aggiunse la carne di vipera.  Nacque così la triaca di Andromaco conosciuta per venti secoli.  La preparazione avveniva in forma pubblica, alla cerimonia assistevano le autorità di governo, sotto il diretto controllo del collegio dei medici e degli speziali che dovevano garantire la bontà di ogni ingrediente. 
All’interno del camino è collocato il tipico forno dell’alchimista (athanor).  Sull’athanor poggia un alambieco e accanto c’è una cucurbita, una specie di distillatore.  Il grande mantice serviva ad alimentare il fuoco.  L’estrazione dei principi attivi dalle erbe in genere comportava l’uso di alambicchi per la distillazione.  Erano usati tre metodi: per ascenso, per inclinazione e per descenso.  Per ascenso si distillavano erbe, aromi, semi, mie le e zucchero; per inclinazione legni grassi, corna, ossa, resine, gomme, sali, metalli; per descenso legni secchi.  La1-chimista usava molti strumenti in vetro.  I più comuni erano: i ma-tracci, le bocce, le storte, gli imbuti, i capitelli e le campane. 
I matracci servivano per raccogliere i liquidi o per riscaldarli quando si voleva evitare l’eccessiva evaporazione.  Hanno un corpo globulare con il fondo piatto e un collo lungo per poter essere manipolati.  Le bocce sono forse l’oggetto più antico in uso nelle spezierie.  Per non farle cadere, visto che hanno un fondo non piano ma convesso, potevano essere rivestite di paglia e in questo caso prendevano il nome di fiasco o fiasca, oppure erano sorrette da sostegni di ferro.  Servivano per raccogliere i risultati di una distillazione oppure messe a bagnomaria o sul fornello servivano a favorire la miscelazione delle sostanze. 
Altri strumenti tipici del laboratorio sono le storte, riconoscibili dal collo ricurvo e i capitelli che presentano un tubo applicato al corpo sferico con grande bocca.  Questi ultimi servivano per raffreddare il liquido, tramite il tubo condensatore.  Le campane venivano usate invece per coprire i preparati o per raccogliere gas e creare un ambiente fuori dal contatto con l’aria.  Sul grande tavolo del laboratorio, tra i vari strumenti di vetri, ve ne è uno molto raro, chiamato la “fiorentina”.  Serviva per separare i liquidi immiscelabili come ad esempio l’olio e l’acqua, difatti il liquido più pesante rimaneva sul fondo e quello più leggero si poteva far uscire dal lungo beccuccio ricurvo. 

Biblioteca
Vicino la porta di ingresso vi sono quattro ritratti di medici ad olio del XVIII secolo.  Tra questi, i ritratti di Giuseppe Flajani e del figlio Gaetano.  Lungo le pareti, una scaffalatura autentica in noce del XVII secolo, proveniente da un archivio capitolare monastico.  All’interno sono conservate oltre 10. 000 pubblicazioni riguardanti la storia della medicina.  Molte sono le edizioni pregevoli dal XVI al XVIII secolo, tra cui cinquecentine molto importanti di Aldo Manuzio e figlio; vi sono inoltre ricettari, manoscritti datati dalla fine del XVIII agli inizi del XX secolo, moltissime miscellanee, lauree, diplomi, incisioni, tavole anatomiche, bandi e regolamenti. 
Sopra la scaffalatura, alcuni grandi vasi da farmacia e un mortaio.  Appese alle pareti, targhe in legno a festoni intagliati e bassorilievi in marmo. 


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