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| Villa Torlonia è un giardino pubblico di Roma che si affaccia su Via Nomentana , al confine tra il II e il III Municipio della città. Il Casino Nobile è un esempio di architettura neoclassica , con colonne e paraste marmoree di ordine gigante . I portici laterali ed il pronao palladiano sono opera dell'architetto Battista Caretti . A lui si devono, anche, i partiti decorativi di stle gotico e pompeiani di numerosi ambienti interni. Il frontone in terracotta , raffigurante il trionfo di Bacco , è dell'allievo di Canova Rinaldo Rinaldi . Nonostante le recenti ristrutturazioni che stanno permettendo di aprire al pubblico nuove parti della villa alcuni edifici versano tuttora in una condizione di pericoloso degrado. Al suo interno, nella Limonaia, si trova un museo comunale della tecnologia dedicato ai bambini. Nella villa è stata installata dal Comune di Roma una rete WiFi che vi permette l'accesso gratuito a Internet . Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Dall' ingresso della Villa su Via Nomentana caratterizzato dalla presenza di altissime palme delle Canarie,Cedri ed Oleandri, si accede al viale che ci porta al Palazzo Principale; sul retro dell'edificio si ammira il Teatro con la facciata semicircolare. Proseguendo verso destra con le spalle rivolte all'ingresso del Teatro ci si imbatte in un bosco di bambù, per giungere fino alla Limonaia . |
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La villa, dal XVII secolo fino a metà del XVIII , è di proprietà della famiglia Pamphilj che la utilizza come tenuta agricola, similmente ad altre che si trovavano nella stessa zona. La famiglia Colonna acquista la proprietà intorno al 1760 , mantenendone la natura di terreno agricolo. La costruzione della villa fu incominciata tuttavia solo nel 1806 dall'architetto neoclassico Giuseppe Valadier per il banchiere Giovanni Torlonia che aveva comperato la tenuta dai Colonna nel 1797 e fu terminata per il figlio Alessandro . Valadier trasforma due edifici preesistenti (l'edificio padronale e il casino Abbati) in un Palazzo e nell'odierno Casino dei Principi, inoltre costruisce le Scuderie e un ingresso, oggi demolito a causa di un ampliamento di Via Nomentana. L'architetto risistema il parco, creando viali simmetrici e perpendicolari alla cui intersezione è posto il palazzo. Contemporaneamente la Villa viene ornata con delle sculture d'arte classica comprate appositamente. Nel 1832 Alessandro Torlonia, succeduto al defunto padre Giovanni incarica Giovan Battista Caretti di continuare i lavori sulla villa. I particolari gusti del principe determinano la costruzione di un Tempio di Saturno, dei Falsi Ruderi e della Tribuna con Fontana, oltre che del Caffe-House, della Cappella di Sant'Alessandro e dell'Anfiteatro, tuttora non più esistenti. Collaborano inoltre alla progettazione della villa Giuseppe Jappelli, che si occupa della sistemazione della parte meridionale, e Quintiliano Raimondi, che opera sul Teatro e sull'Aranciera, oggi Limonaia. Nella zona sud, differentemente da quella settentrionale, caratterizzata da un gusto neoclassico, vengono creati laghetti, viali a serpentina e nuovi edifici: la Capanna Svizzera, la Serra, la Torre, la Grotta Moresca e il Campo da Tornei. Inoltre, nel 1842, Alessandro fa erigere due obelischi in memoria dei genitori. Succede ad Alessandro Giovanni che, oltre a trasformare la Capanna Svizzera nell'attuale Casina delle Civette fa edificare un nuovo muro di cinta, il Villino Medievale e il Villino Rosso. Nel 1919 viene scoperto, nei sotterranei della Villa, un cimitero ebraico. Dopo un periodo di disuso divenne, negli anni Venti , la residenza ufficiale di Benito Mussolini che pagava un affitto annuale simbolico di una lira. Mussolini e il Principe Torlonia vi costruirono un rifugio contro i bombardamenti nelle catacombe ebraiche del terzo e del quarto secolo che si trovavano sotto la villa. Nel periodo successivo alla guerra la villa fu abbandonata e visse un periodo di deadenza ma, nel 1978 , venne acquistata dal Comune di Roma e trasformata in un parco pubblico. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Villa Torlonia è l'ultima in ordine di tempo delle ville nobiliari romane edificate lungo la via Nomentana. La costruzione della Villa fu incominciata nel 1806 dall'architetto neoclassico Giuseppe Valadier per il banchiere Giovanni Torlonia e fu terminata per il figlio Alessandro. Dopo un periodo di disuso divenne, negli anni Venti, la residenza ufficiale di Benito Mussolini che pagava un affitto annuale simbolico di una lira. Mussolini e il Principe Torlonia vi costruirono un rifugio contro i bombardamenti nelle catacombe ebraiche del terzo e del quarto secolo che si trovavano sotto la villa. Nel periodo successivo alla guerra la villa fu abbandonata e visse un periodo di decadenza ma, nel 1978, venne acquistata dal Comune di Roma e trasformata in un parco pubblico.Sono da poco terminati i restauri che aggiungono alla ricca collezione di edifici dopo la Casina delle Civette e il Casino dei Principi, il nuovo gioiello il Casino Nobile. L'edificio che ha origini antiche è tra i più bei palazzi ottocenteschi della capitale.Acquistato dai principi Torlonia nel 1797, fu subito ristrutturato e decorato con ricchi fregi da una numerosa e valente schiera d'artisti. Nel 1830 la famiglia fece anche realizzare un ipogeo in stile etrusco che gli storici dell'architettura pensano fosse destinato ad incontri massonici organizzati dai principi. Nel 1925 divenne la residenza del duce che vi fece costruire due bunker: uno antigas e il secondo antiaereo. Il suo degrado iniziò prima con l'occupazione americana: rimangono perfino alcuni disegni a pastello fatti dai soldati sui muri del palazzo. E continuò con la rimozione storica: il casino fu oggetto di saccheggi e atti di vandalismo. Villa Torlonia fu a lungo chiusa, il Casino è rimasto in rovina anche dopo la riapertura del parco. Dagli anni '90 il Comune ha avviato una serie di consistenti interventi di restauro al fine di ricostruire lo stile famoso della memoria originaria . Nel suo nuovo assetto definitivo sono stati collocati non solo mobili e sculture della collezione Torlonia, ma saranno conservate anche le “memorie” della villa con documenti che testimoniano la sua storia dall'epoca dei Torlonia agli anni del fascismo. TOP |
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L'attuale Casina delle Civette sorge dove si trovava una volta la Capanna Svizzera che, voluta da Alessandro Torlonia fu costruita 1840 da Giuseppe Jappelli, riparata rispetto al Palazzo principale da una piccola collina artificiale. La Casina odierna conserva della precedente solo l'impianto murario a forma di "L", la copertura e il gusto rustico dell'insieme che si presentava, una volta, come l'imitazione di un rifugio alpino. Su indicazione del giovane Giovanni, dal 1908 , la Capanna inizia ad essere trasformata, per opera dall'architetto Enrico Gennari, in un "Villaggio Medioevale" caratterizzato da porticati, torrette e loggette, decorato da maioliche e vetrate. Nel 1914 vi viene installata una vetrata, disegnata da Duilio Cambellotti , raffigurante due civette e dei tralci d'edera. Grazie ad essa ed alla presenza ricorrente di quest'uccello nelle decorazioni, ispirate dall'amore per l' esoterismo di Giovanni, la casina inizia ad essere chiamata Villino delle Civette. Nel 1917 vengono aggiunte delle nuove strutture in stile Liberty da Vincenzo Fasolo, che cura il lato meridionale dell'edificio. All'interno la Casina, disposta su due piani, è riccamente decorata da stucchi, maioliche, mosaici, pitture, sculture e ferri battuti. Tra tutte spiccano le numerose vetrate che caratterizzano l'intera costruzione. Il degrado della Villa inizia nel 1944 quando viene occupata da parte delle truppe alleate che vi resteranno fino al 1947 . La Casina, già in pessime condizioni al momento dell'acquisto da parte del Comune, subisce, oltre a vari furti ed atti di vandalismo, un incendio nel 1991 . Dal 1992 al 1997 la Casina delle Civette è stata tuttavia sottoposta a un lungo restauro che ha permesso l'apertura al pubblico di questo edificio, primo tra tutti quelli della villa. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Quando si arriva alla Casina delle Civette , sembra di vivere in una fiaba. |
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Villa Torlonia, pur non presentando dimensioni estese, ha un’altissima concentrazione di manufatti di rilevante valore e un parco tra i più interessanti della città, esempio di quella tipologia detta “all’inglese”, poco diffusa in Italia e ancor meno a Roma. Orario: lun 17.00-23.00, mar-sab 10.00-23.00, dom 10.00-19.00 |
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L'inaugurazione del museo di Roma della Shoahè prevista per il 16 ottobre del 2008, anniversario della rastrellamento nazista nel ghetto di Roma, e sarà allestito nello spazio antistante la Casina delle Civette. |
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La catacomba ebraica di villa Torlonia
Purtroppo a tutt'oggi, non sono molte le informazioni delle fonti letterarie che ci vengono in aiuto, relativamente alle sepolture della comunità ebraica dell'antica Roma. Tuttavia i rinvenimenti e le scoperte archeologiche, possono essere annoverate sicuramente tra quelle più cospicue e di sicuro interesse: a Roma sono individuate ben cinque necropoli, tutte di tipo catacombale, databili fra il III e il IV secolo. Cronologicamente possiamo quindi elencare: Monteverde sulla via Portuense, Vigna Randanini sulla via Appia Antica, Vigna Cimarra sempre sull'Appia, Vigna Apolloni sull'antica via Labicana (oggi Casilina) e Villa Torlonia sulla via Nomentana. Probabilmente nessuna di queste aveva l'accesso direttamente dalla via consolare ma da un diverticolo. Da segnalare l'esistenza di un altro ipogeo, situato sulla via Appia Pignatelli, che anche se considerato ebraico al momento della scoperta, è stato poi in maniera definitiva considerato d'altra natura. Le lacune presenti oggi sulla conoscenza della struttura funeraria ebraica, non ci permette di capire se i gruppi comunitari, riuniti intorno alle almeno undici sinagoghe testimoniate, avessero ciascuno una propria struttura; quindi anche l'ipotesi dell'esistenza di un'organizzazione sovrastante la comunità e comunitaria per l'intera città, potrebbe essere del tutto valida. Mentre nelle catacombe cristiane era sovente la celebrazione liturgica a suffragio dei morti, in quelle ebraiche tale attività era vietata dalla religione che vedeva il contatto coi morti, come una sorta di 'impurità'. Questo particolare, in realtà molto importante, rende tali ambienti privi dei tipici locali cristiani ipogei, che normalmente erano adibiti alle riunioni pubbliche, celebrazioni, ecc. Possiamo quindi tranquillamente affermare che in esse, gli accessi, le gallerie, i cubicoli e tutte le opere presenti sono da ritenersi funzionali esclusivamente ai riti di sepoltura. Nel 1984 il complesso di Villa Torlonia , fu consegnato alla tutela dello Stato italiano in occasione della revisione del concordato con la Santa Sede. Le origini della scoperta della catacomba risalgono però al 1918 con la sistemazione dell'area. Il complesso ipogeo, che copre un'area sotterranea di circa 110x120 metri, è disposto su diversi livelli, corrispondenti a due distinte catacombe con genesi e sviluppo completamente diverse e indipendenti, riunite tra loro per mezzo di gallerie solo in un secondo momento. Ciascuna di esse è composta da regioni differenti: quella orientale nonché superiore, da tre (A, B, C), la più occidentale ed inferiore da due (D, E). Vedi la pianta Contrariamente a quanto proposto da Beyer e Lietzman nella loro monografia, Umberto Fasola nel suo studio propone una sequenza cronologica della sua genesi invertita rispetto a quella precedentemente proposta. La regione E, almeno il suo nucleo originario, sarebbe la più antica, a cui seguirebbero le aree A e C, i successivi approfondimenti di A ed infine il riutilizzo del cunicolo idraulico, che costituisce l'ossatura della regione B. La regione D non è definita cronologicamente, ma proposta come sorta contemporaneamente alla catacomba superiore. Sulla base dello studio dei numerosi bolli laterizi presenti in più parti delle due catacombe, Fasola ne definisce la cronologia assoluta: i cimiteri non sono anteriori all'epoca di Settimio Severo (193-211) e si sviluppano nel corso del III secolo, poiché, risalgono alla metà di questo le decorazioni degli ambienti ricavati dall'approfondimento della regione A; il cui ampliamento prosegue agli inizi del IV (bollo dioclezianeo in situ). Gli accessi al sottosuolo sono due, probabilmente posti su un diverticolo della via Nomentana, all'incirca corrispondente all'attuale via Spallanzani. Quello occidentale (E), che serviva la catacomba inferiore, sfocia nei giardini della villa ed è quello attualmente in uso. Questo ingresso, costruito con una muratura in opera listata, ha una struttura particolare: la prima rampa di scale immette in un ambiente a cielo aperto di forma allungata e con un lato breve leggermente absidato. Fasola ritenne che questo spazio costituisse l'atrio destinato a raccogliere il feretro, secondo la prescrizione talmudica (Baba Bathra VI,8). La sosta del corpo del defunto prima della sua inumazione è coerente con il modello di vita proposto nel trattato talmudico di Avoth (1Y21): "Questo mondo è come un vestibolo che precede il Mondo Avvenire; preparati nel vestibolo per entrare nella sala"; l'aforisma è così spiegato da A. Cohen: "Questa vita è soltanto il preludio di un'altra più elevata, (...) l'uomo, durante la permanenza nel "vestibolo", si mette meglio in grado di respirare la pura atmosfera spirituale della "sala" consacrandosi allo studio e alla pratica dei precetti". La forma absidata rispondeva anche all'esigenza pratica di ampliare lo spazio relativamente angusto (circa 1 metro e mezzo di larghezza), facilitando così il passaggio nonché, forse, la breve sosta per il rito funebre. La seconda rampa, interrotta da un pianerottolo, conduceva, originariamente, solo alla regione E. Successivamente, con lo spianamento di alcuni gradini della parte terminale della scalinata, all'altezza di un lucernario, fu creato l'accesso all'area D. La regione E nacque con un'estensione molto limitata ed era caratterizzata dalla disposizione regolare delle pile di loculi, intervallate da lesene. Questo primo nucleo fu interessato da almeno due fasi di ampliamento: dapprima ci si limitò ad abbassare il pavimento delle gallerie per ricavare sulle pareti nuovo spazio per i loculi; in seguito, si prolungarono i cunicoli e se ne aggiunsero dei nuovi. Questi interventi successivi non presentano la medesima accuratezza: scomparvero le lesene divisorie, i loculi furono distribuiti disordinatamente e, inoltre, furono create delle diramazioni non coerenti con il restante sviluppo della struttura; secondo Fasola questi cunicoli furono scavati per raggiungere un pozzo preesistente da utilizzare per l'estrazione delle terre di risulta. Il mancato prolungamento delle gallerie della regione E verso nord fece ritenere allo studioso che le dimensioni di questa fossero condizionate dall'estensione della proprietà del sopraterra: solo col graduale accrescimento di questa fu possibile il corrispondente ampliamento della necropoli. Questa regione, oltre ad avere sepolture a loculi, è caratterizzata dalla presenza di numerosi "loculi ad arcosolio" cioè di dimensioni poco maggiori della norma e con la parte superiore ad arco molto ribassato. L'interno, poco profondo, era suddiviso in due scomparti sovrapposti: quello inferiore era chiuso con tegole inclinate mentre quello superiore era ricavato realizzando, con terra di riporto, un piano orizzontale su cui adagiare il secondo defunto. La chiusura era costituita da un muretto, di tufi o mattoni, intonacato su cui era apposta, dipinta o graffita l'iscrizione. La regione D copre un'area grosso modo rettangolare con le gallerie disposte secondo la struttura a graticola.Anche la distribuzione dei loculi risponde ad un progetto ben definito: con la calce furono create sulle pareti delle partizioni regolari volte a delimitare gli spazi per i loculi; in tal modo, le loro dimensioni erano predefinite e non più determinate dalle mutevoli esigenze. Sulle volte furono tracciati, sempre con la calce, finti archi. Anche quest'area subì degli ampliamenti con interventi contrastanti con l'ordinato impianto originario documentati da gallerie con diversità di quote del pavimento, variazione dell'altezza delle volte e sfondamento di loculi preesistenti. La tipologia delle tombe di questa regione del cimitero annovera, oltre ai semplici ricettacoli scavati lungo le pareti di tufo, fosse terragne, un kokh (lett. loculo in ebraico; impropriamente tradotto come 'tomba a forno' per la sua forma scavata in profondità, perpendicolarmente al filo della parete), e un unico cubicolo. La pratica di inumare in kokhim è conosciuta in altri cimiteri ellenistici diffusi in Asia minore, a Cipro in Fenicia e fu introdotta nell'ambiente giudaico in Palestina, alla fine del III secolo a.C. diffondendosi nel secolo successivo per diventare poi prevalente nel I secolo d.C. Tale tipologia funeraria sembra sia da mettere in relazione con la pratica della sepoltura secondaria (traslazione rituale delle ossa). La catacomba superiore è servita dall'accesso orientale A. L'area originale è delimitata da due gallerie, ortogonali fra loro, poste ai piedi della scala e, verso nord, da altre due gallerie, che le fanno assumere una forma pressoché quadrata. Questa regione è caratterizzata dalla presenza di loculi e cubicoli affrescati che non fanno, però, parte dell'impianto originario ma furono creati dopo un generale abbassamento del terreno. Anche qui, come nel caso della regione E della catacomba inferiore, è probabile che l'estensione dell'area A sia da porre in relazione a quella della corrispondente proprietà del sopraterra. Tutti i cubicoli presentano allestimenti decorativi particolarmente elaborati. In alcuni di essi colonne scavate nel tufo sottolineano, all'esterno, i fianchi dell'ingresso e, all'interno, i quattro angoli dell'ambiente; affreschi coprono le pareti e la volta non solo dei cubicoli ma anche degli arcosoli. La partizione a linee rosse, che al centro tracciano due cerchi concentrici intorno ad una menorah (il candelabro a sette bracci), crea gli spazi su cui sono raffigurati delfini col tridente, motivi vegetali, ethrog e lulav (cedro e ramo di palma legati alla festività autunnale di Sukkoth), melograni, il corno (shofar) o i rotoli della Legge. Questi sono presenti, in particolare, sulla parete di fondo degli arcosoli, disposti dentro l'aron (arca) che è rappresentata dietro un tendaggio aperto (che rappresenta le cortine che dividevano l'area sacra del Tempio di Gerusalemme) e sotto una volta con il sole e la luna, a identificare una sorta di universalismo temporale. La parete anteriore dell'arcosolio è talvolta dipinta come una fronte strigilata di sarcofago. La particolare accuratezza di queste decorazioni dimostra come all'interno della comunità, composta principalmente da elementi di modeste condizioni economiche, si fosse formata una élite alquanto agiata, tanto da poter disporre di maestranze qualificate. Per contro, all'estremità di una delle gallerie si conservano, ancora intatte, delle tombe di ebrei così poveri che per provvedere alla loro chiusura si utilizzarono frammenti di recupero, anziché accurati muretti in mattoni, tegole intere o blocchetti di tufo che venivano poi intonacati. Spesso queste chiusure sigillavano due loculi sovrapposti che, quindi, all'esterno non erano più distinguibili. I loculi potevano poi venire contrassegnati con un'iscrizione dipinta sull'intonaco, con un'incisione sulla calce fresca, con una tabella funeraria o con altri mezzi di distinzione quale l'applicazione di oggetti come, ad esempio, i vetri dorati. Peraltro, la nutrita serie di rondini, di circa due centimetri di diametro, impresse disordinatamente sulla calce di chiusura di numerosi loculi di questa stessa regione, a differenza degli analoghi cerchietti trovati in alcune catacombe cristiane, non sembrano essere decorazioni, per quanto rudimentali, ovvero contrassegni (alcune tombe sono già contraddistinte col nome del defunto). Fasola ritiene che questi possano raffigurare i rotoli della Torali (come se fossero appoggiati sui ripiani di un aron), posti a testimonianza della fedeltà dell'estinto alla Legge; potrebbero altresì identificarsi con quelli che Erwin Goodenough (studioso della simbologia ebraica antica) identifica come 'round objects" cioè rappresentazioni simboliche del pane o del sole, cioè della vita stessa. Sempre in questo cimitero è da segnalare la presenza di molti loculi nel cui interno è stata osservata una patina nerastra costituita da una sostanza oleosa, forse aromatica, di cui non si conosceva l'utilizzo in questa forma. Da un preesistente cunicolo idraulico prendono avvio la regione C e successivamente la B, la cui cronologia non è determinabile ma che fu abbandonata prima del suo completo utilizzo. Oltre ad un centinaio di lucerne fittili, di cui una soltanto decorata con la menorah sul disco, sono state ritrovate numerose iscrizioni, per lo più in greco. Fra queste sono da segnalare per la loro importanza documentaria specialmente quelle che citano il nome della sinagoga di provenienza del defunto (specialmente dalla Suburra ma anche da quella di sckonon, termine di cui purtroppo ignoriamo l'origine sicura). Inoltre, quelle con l'esplicitazione della carica ricoperta all'interno della comunità: l'arconte (sei lapidi), il grammateo (segretario e/o scriba, sette individui), il gerusiarca (consigliere anziano), il padre della sinagoga e un inconsueto salmista nonché, i due epitaffi di proseliti cioè di convertiti all'ebraismo. © Roma sotterranea 2006 |
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Il Casino dei Principi Il Casino dei Principi è un piccolo edificio rinascimentale che conserva l'aspetto che Giovan Battista Caretti, intorno al 1840, conferì al modesto edificio rurale presente nell'area almeno da un secolo. L'edificio era usato dal principe Alessandro Torlonia, nel corso dei fastosi eventi mondani organizzati nella Villa, per assistere agli spettacoli nel sottostante anfiteatro. La bella balconata lungo il prospetto principale permetteva di affacciarsi dalle tre sale riccamente decorate del piano nobile, godendo della bella vista sulla Villa.
Distrutto l'anfiteatro per consentire, nel 1910, 1'ampliamento della Via Nomentana, il Casino conserva alcuni elementi decorativi originari. I due prospetti minori hanno bei pronai in marmo con colonne antiche, vasi in ghisa decorano 1'attico e sulle facciate principali vi sano alcune porzioni superstiti delle pitture a monocromo del fregio raffigurante il Trionfo di Alessandro a Babilonia.All'interno le tre sale del piano nobile erano completamente ricoperte di tempere murali con vedute dell'antica Grecia, del-1'antica Roma e del Golfo di Napoli. Oggi solo le vedute del Golfo di Napoli sono conservate, inquadrate tra le prospettive di un peristilio corinzio. I pavimenti sono in bei marmi intagliati o in mosaici, imitanti quelli in uso nelle abitazioni romane. A complemento di questo apparato decorativo, accuratamente recuperato e reintegrato, nelle sale dell'edificio è stato allestito un piccolo pregevole museo che permette di immaginare la qualità e la quantità delle opere che formarono un tempo la Collezione Torlonia. Come è noto il nucleo più consistente della collezione è ancora proprietà privata e di difficile visione, molte opere sano andate disperse nel corso del tempo, ma quelle qui esposte, sottoposte ad un accurato restauro, permettono di ripercorrere la storia della collezione. La provenienza non è omogenea: sono in parte legate alla produzione di Bartolomeo Cavaceppi, il noto scultore, restauratore, antiquario settecentesco di cui Giovanni Torlonia acquistò in blocco le opere, in parte provenienti da scavi nelle tenute della famiglia, in parte arredi della Villa sopravvissuti alle spoliazioni.
Tra le opere della Collezione Cavaceppi sano esposte le quattro statue della Pudicizia, di Sacerdotessa, di Diana e di Fauno, purtroppo acefale, copia di originali antichi conservati nei Musei Capitolini. Le statue erano collocate all'ingresso della Villa su Via Nomentana dove sono state sostituite da copie. Sempre dalla collezione Cavaceppi provengono le Quattro Sta- gioni, puttini con gli attributi dell'Estate, dell'Inverno, della Primavera e dell'Autunno, copia di originali seicenteschi di Camillo Rusconi ora conservati presso il Castello di Windsor in Inghilterra. Le Stagioni decoravano il Teatro della Villa e saranno sostituite da copie. Un interessante nucleo espositivo e costituito da tre grandi rilievi in stucco e dalla statua mutila di una danzatrice con dito al mento, di origine canoviana. I tre rilievi con la Morte di Socrate, la Danza dei Feaci e Neottolemo che uccide Priamo, sono parte di una serie di dieci eseguita da Antonio Canova per decorare la Salle a manger del Palazzo della Villa agli inizidell'Ottocento. Rimossi all'epoca dell'intervento di Caretti, i rilievi erano dati per dispersi fino al 1997 quando, nascosti sotto cumuli di calcinacci e materiali di risulta in un sotterraneo del Teatro della Villa, tre di essi sono stati recuperati e restaurati. La danzatrice è invece una della versioni della celebre statua canoviana, che testimonia la fortuna e la diffusio- ne del soggetto. Numerosi sono i materiali antichi esposti, di diversa provenienza: tra busti di imperatori, togati, are, va ricordata la bella lunetta in marmo proveniente dalla tomba di Claudia Semne sull'Appia Antica, anch'essa considerata scomparsa dalla Villa e ritrovata insieme ai rilievi di Canova.
Completa il percorso la ricostruzione della Camera da letto di Giovanni Torlonia: i mobili che la compongono, rinvenuti in un magazzino del Provveditorato della Stato, si trovavano nel Palazzo e furono usati da Benito Mussolini. Concessi in comodato al Comune di Roma, sano qui esposti in attesa di tornare nella stanza di provenienza nel Palazzo. Sono mobili di alto artigianato, in stile barocco genovese, intagliati con perizia in legno di nore nazionale. Sebbene all'esterno del Casino, ma di fatto parte integrante delle Collezioni Torlonia, completano il percorso di visita le monumentali Sfingi alate, il grande Stemma con gli emblemi della famiglia, una colossale statua di Hera e un cratere antico in marmo, probabilmente integrato in eta rinascimentale. TOP |
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Nel Villino Medioevale, caratteristica architettura di inizio '900, il Comune di Roma ha scelto di collocare Technotown, uno spazio dedicato alle nuove tecnologie e destinato ai ragazzi tra gli 11 e i 17 anni. Martedì - domenica: 9.00 - 19.00 Ingresso ragazzi: martedì - venerdì 16.00 - 19.00; sabato 14.00 - 19.00; domenica e festivi 9.00 - 19.00 lunedì chiuso |
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| Il Casino Nobile Villa Torlonia rinasce a nuovo splendore con la riapertura al pubblico, dopo la Casina delle Civette, le Scuderie Nuove, il Villino Rosso e il Casino dei Principi, dell'edificio più importante di tutto il parco: il Casino Nobile. "Ci sono dei luoghi su cui la storia si accanisce in modo particolare e questo è uno i quei luoghi - ha dichiarato Walter Veltroni, sindaco di Roma - Nel dopoguerra, essendo stato il Casino Nobile la dimora di Mussolini, una gigantesca rimozione culturale ha cancellato questo splendido edificio, così come è accaduto per Palazzo Venezia. Ma la storia ha fatto il suo corso, i suoi luoghi non vanno dimenticati, ma tutelati perché rappresentano la nostra memoria".
Sono pochi i luoghi che, come il Casino Nobile, racchiudono in sé così tanta storia: l'edificio principale di Villa Torlonia, grazie al restauro, ha restituito, infatti, non solo una splendida testimonianza dell'arte e dell'architettura ottocentesche, ma sotto i suoi pavimenti, le maioliche e i marmi, anche quella di una delle pagine più buie della storia italiana, la guerra mondiale, il regime fascista, la paura dei bombardamenti e l'occupazione anglo-americana. Acquistato nel 1797 da Giovanni Torlonia, la costruzione del Casino fu affidata all'architetto Giuseppe Valadier. Nel 1830 il figlio di Giovanni Torlonia, Alessandro, diede l'incarico di ampliare l'edificio all'architetto Giovan Battista Caretti: è di questo periodo la Sala Ipogea, ennesima meraviglia sconosciuta casualmente emersa dai restauri, una sala circolare, completamente interrata nelle immediate vicinanze del Casino e affrescata come una tomba etrusca. Le modifiche più recenti al Casino Nobile si devono a Benito Mussolini che, dal 1925, fece dell'edificio la propria residenza aggiungendo due bunker interrati, uno antigas e uno antiaereo, visitando i quali, come in un percorso attraverso la storia, si sbuca proprio nella Sala Ipogea. Tra 1944 e 1947 la Villa fu requisita dal comando anglo-americano che, purtroppo, danneggiò sia gli edifici che il parco. Acquistata dalla giunta Argan nel 1978, la Villa divenne comunale, ma non fu restaurata: i lavori, durati 20 mesi e finanziati con 5.574.000 euro, sono stati fortemente voluti dall'attuale amministrazione. Al loro inizio, particolarmente preoccupante era la situazione della Sala di Bacco, dove tutta la parte centrale del soffitto era crollata (con la perdita delle decorazioni ad affresco), mentre il resto versava in condizioni precarie, compresa la Sala di Alessandro, con gli intonaci e gli affreschi crollati. I lavori hanno voluto ripristinare lo status originale del Casino Nobile, restituendo alla città il più bel edificio ottocentesco, summa dell'arte romana dell'epoca. Con l'inaugurazione della Limonaia (30 aprile) e l'inizio dei lavori di restauro del teatro previsti per l'estate, Villa Torlonia completerà il lungo percorso che la vede oggi tornare al suo antico splendore. Il Casino Nobile diventerà il Museo della Villa e al suo interno saranno collocati mobili e sculture della collezione Torlonia, i documenti della sua storia (dal fasto dei Torlonia al Fascismo) e, all'ultimo piano, troveranno finalmente la propria sede espositiva le opere degli artisti della Scuola Romana: Cagli, Capogrossi, Mazzacurati, Pirandello, Mafai, Guttuso e così via. © ADNKRONOS - luglio 2006
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Orario Giorni chiusura Lunedì, 1 gennaio, 1 maggio e 25 dicembre
Come arrivare
Con i mezzi pubblici con partenza da Roma Termini Con i mezzi pubblici con partenza da Roma Ostiense Con i mezzi pubblici dall'aeroporto di Fiumicino
Museo delle Civette
Per i portatori di handicap è disponibile un ascensore. |
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