ROMA il
grande set |
||||||||||||||
| Tratto da "Roma, il grande set", a cura dell’ APT del Comune di Roma. Brochure disponibile su www.romaturismo.it | ||||||||||||||
|
||||||||||||||
| Tratto da "Roma, il grande set", a cura dell’ APT del Comune di Roma. Brochure disponibile su www.romaturismo.it | ||||||||||||||
| Torna all'inizio | ||||||||||||||
| Pantheon - Piazza Navona - Piazza Farnese - Piazza Mattei Della Roma barocca, quella che si estende tra piazza della Rotonda e piazza Farnese, il cinema ha saputo cogliere suggestioni diversissime: dagli aspetti popolani a quelli mondani, da quelli inquietanti e misteriosi a quelli di una romanità scanzonata. Alcuni registi poi hanno saputo rendere la città protagonista quanto gli altri personaggi dei loro film. Il regista inglese Peter Greenaway per esempio, nella scena iniziale de Il ventre dell’architetto (1987), è riuscito a trasformare il Pantheon in una sorta di alter ego del protagonista, l’architetto americano Kracklite (Brian Dennehy). A Roma per organizzare una mostra su un suo collega del passato, l’illuminista Etienne-Louis Boulée, Kracklite partecipa, in piazza della Rotonda, alla cena di inaugurazione dei lavori. La contemplazione dell’edificio dà inizio all’ossessione di Kracklite per le cupole romane, che lui associa al suo enorme ventre, vittima di forti dolori, primi sintomi del cancro che scoprirà di avere. A piazza della Rotonda aveva girato anche Vittorio De Sica una dura e toccante scena di Umberto D. (1952). Umberto (Carlo Battisti), solo e disperato perché non riesce più a vivere con la sua misera pensione, è costretto a chiedere l’elemosina sotto il colonnato del Pantheon. L’incontro casuale con un ex collega lo fa però vergognare del gesto e lo spinge a fingere di trovarsi lì per caso. Il film, bellissimo ma crudo nel descrivere la solitudine della vecchiaia, suscitò vivaci polemiche tra cui quella di Giulio Andreotti, all’epoca sottosegretario allo spettacolo, che scrisse una lettera aperta a De Sica. Il regista veniva accusato di disfattismo per aver denigrato l’Italia e veniva esortato ad adottare un ottimismo sano e costruttivo nella realizzazione delle sue opere successive. A due passi dal Pantheon, attraverso via dei Pastini, si raggiunge piazza di Pietra, dove si trova il Tempio di Adriano, storica sede della Borsa romana. È qui dentro che, ne L’eclisse (1962) di Michelangelo Antonioni, Vittoria (Monica Vitti) incontra per la prima volta Piero (Alain Delon), brocker della madre, ricca donna borghese che gioca in borsa. Non è certo un colpo di fulmine questo primo incontro nel caos degli scambi commerciali, ma quando i due ragazzi si ritrovano all’esterno, di fronte all’antico colonnato che domina la piazza, si scambiano un lungo sguardo tra l’imbarazzato e l’interessato. Prendendo via Giustiniani e superato di nuovo il Pantheon, si raggiunge una delle piazze romane più sfruttate dal cinema: piazza Navona. Qui abitano Romolo (Maurizio Arena) e Salvatore (Renato Salvatori), i due amici di Poveri ma belli (1956), diretto da Dino Risi. Non ci si deve sorprendere che due ragazzi poveri abitassero a piazza Navona, negli anni ’50. Infatti, all’epoca, il centro storico di Roma manteneva ancora il suo aspetto popolare. Era quindi credibile che a piazza Navona ci abitassero un bagnino, un commesso di un negozio di dischi e una sartina, Giovanna, della quale si innamorano i due amici che entrano in competizione per lei. Era altrettanto credibile che nell’attico di un palazzo tra piazza Navona e piazza di Tor Sanguigna, ci abitasse una prostituta, come nel terzo episodio di Ieri, oggi e domani (1963) di Vittorio De Sica. Di Mara (Sophia Loren), che riceve nel suo appartamento clienti altolocati, si innamora il nipote seminarista di un’anziana coppia di vicini. Il ragazzo la spia dal terrazzo confinante e la nonna (Tina Pica), per salvare il nipote dalla perdizione, interviene interrompendo più volte l’incontro di Mara con Rusconi (Marcello Mastroianni). Solo alla fine del film la Loren, di fronte ad un eccitatissimo Mastroianni, esegue il più famoso, sensuale ed ironico spogliarello del cinema italiano. Una piazza Navona versione anni ’50 è il set della prima scena ambientata a Roma de Il talento di Mr. Ripley (1999) di Anthony Mingella. Il protagonista, Tom Ripley (Matt Damon), viene incaricato da un miliardario americano di convincere il figlio, Dickie Greenleaf (Jude Law), a tornare negli Stati Uniti. Tom però, affascinato dallo stile di vita del ragazzo, finisce con l’innamorarsene. A piazza Navona, a bordo di una spider rossa, fa il suo ingresso Freddy (Philip Seymour Hoffman) che dimostra subito di avere un ascendente su Dickie tale da impensierire Tom… Vicino piazza Navona, tra via di Monte Giordano e via dei Coronari c’è Palazzo Taverna, maestoso palazzo cinquecentesco che in Ritratto di signora (1996) di Jane Campion è la residenza romana di Isabel Archer (Nichole Kidman). È qui che l’eroina, creata da Henry James, vive il suo infelice matrimonio con Gilbert Osmond (John Malkovich). L’uomo di cui s’è innamorata, infatti, si è rivelato un subdolo cacciatore di dote. Se tuttavia, nel romanzo di James, Isabel viveva con masochistica coerenza il proprio errore, sacrificando se stessa al suo uomo, la regista neozelandese regala alla protagonista una via d’uscita. Nel film il percorso della donna si conclude con la sua emancipazione. Attraversando Corso Vittorio Emanuele si raggiunge Piazza Farnese. Al civico 44, c’è il palazzo in cui è stato girato un importante film di Pietro Germi Un maledetto imbroglio (1959). Adattamento del romanzo Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Carlo Emilio Gadda, il film è forse il miglior poliziesco della cinematografia italiana. Pur trasportando la storia dal fascismo agli anni ’50 la struttura del romanzo rimane pressoché intatta. Il commissario Ingravallo (Pietro Germi) indaga su due reati avvenuti allo stesso piano di uno stabile: un furto in casa di uno scapolo e il delitto di una giovane donna. Con un gusto cinematografico estremamente attuale Germi fa venire a galla le piccole ossessioni di tutti i personaggi, rivelandone gli scheletri nell’armadio e costruendo un avvincente affresco umano. Percorrendo via dei Giubbonari ed attraversando via Arenula si raggiunge il Ghetto. In piazza Mattei, dove si trova la pittoresca fontana delle Tartarughe, c’è palazzo Costaguti. Qui, ne Il talento di Mr. Ripley, si stabilisce Tom Ripley, tornato a Roma dopo aver assassinato il suo amico Dickie, su una barca al largo di Sanremo. Tom cerca di tener nascosto l’omicidio assumendo l’identità dell’amico. Riesce così anche ad usufruire dell’enorme rendita di Dickie e a permettersi un appartamento a palazzo Costaguti. Qui, però, viene scoperto da Freddy che, di conseguenza, diventa vittima del secondo omicidio commesso da Tom: quello che lo condannerà per sempre ad un destino di delitti e menzogne. |
||||||||||||||
| Tratto da "Roma, il grande set", a cura dell’ APT del Comune di Roma. Brochure disponibile su www.romaturismo.it | ||||||||||||||
Via Veneto - Fontana di Trevi - Piazza di Spagna - Piazza del Popolo Il glamour, gli artisti, la moda: sono questi gli elementi in genere associati all’area di Roma che gravita tra Piazza del Popolo, Fontana di Trevi e via Veneto. Partendo da Porta Pinciana, dal largo non a caso dedicato a Federico Fellini, si scende per via Veneto, che è il luogo simbolo di uno dei film italiani più famosi di tutti i tempi: La dolce vita (1960). In questo straordinario affresco di una società senza più punti di riferimento, Fellini ci racconta la storia del giornalista Marcello (Marcello Mastroianni) e del suo insoddisfatto zigzagare, tra un incontro e l’altro, nel superficiale ed affascinante glamour della Roma di quegli anni. Via Veneto, i suoi ristoranti e locali notturni, rigorosamente ricostruiti da Fellini a Cinecittà, sono popolati da divi dello spettacolo, nobili annoiati e, soprattutto, paparazzi. Il termine paparazzo è stato introdotto nel vocabolario di molte lingue proprio da questo film. Scendendo per la via della dolce vita, sulla sinistra, si trova l’Hotel Excelsior, dove Anita Ekberg rientra all’alba dopo la notte passata con Marcello in giro per Roma. In una via Veneto deserta, questa volta filmata dal vero, i due vengono malmenati dal fidanzato di lei. Poco oltre, al numero 66, ingresso secondario del Grand Hotel Palace, ne Le notti di Cabiria (1957) si trovava il locale in cui il divo del cinema Alberto Lazzari (Amedeo Nazzari) porta la prostituta Cabiria (Giulietta Masina). In queste sequenza, in cui Cabiria si scatena in un travolgente mambo, Fellini preannunciò le atmosfere de La dolce vita. Alla fine di via Veneto, in piazza Barberini si trova l’omonimo Palazzo che, in Vacanze Romane (1953), è l’ambasciata dove risiede Anna, ingenua principessa in visita di Stato a Roma. Nel film di William Wyler, Audrey Hepburn e Gregory Peck sono protagonisti di una variazione sulla favola di Cenerentola. La principessa sgattaiola di notte fuori da Palazzo Barberini per sfuggire dai suoi noiosi impegni regali. Lui, Joe Bradley, cinico giornalista americano, tenta di scrivere sulla fuga della principessa il resoconto scandalistico che può salvargli la carriera. Naturalmente finirà con l’innamorarsi di lei. Superando piazza Barberini, e continuando a scendere sulla destra, si imbocca via del Tritone. All’altezza dell’incrocio con via del Traforo, Vittorio De Sica ambientò una scena cruciale di Ladri di biciclette (1948), che valse il secondo Oscar al regista. È qui infatti che, durante il primo giorno di lavoro, rubano ad Antonio Ricci (Lamberto Maggiorani) la bicicletta, strumento necessario per il suo nuovo e tanto atteso impiego di attacchino. Il disperato inseguimento al ladro, fino all’interno del Traforo Umberto I, si rivela inutile. Ha così inizio il dramma che consente a De Sica una lucida analisi della realtà italiana nel dopoguerra. Scendendo verso il centro, da via della Stamperia, si arriva rapidamente alla Fontana di Trevi, la più scenografica e famosa di Roma, entrata nell’immaginario collettivo grazie ad una celebre scena de La dolce vita. Sylvia (Anita Ekberg), accompagnata nei suoi capricci notturni da Marcello (Marcello Mastroianni), insiste per trovare del latte per un gattino da lei appena raccolto dalla strada. I due si perdono nelle stradine circostanti piazza di Trevi, per poi ritrovarsi, improvvisamente, dinnanzi alla meravigliosa fontana. Senza esitare un istante, la donna entra in acqua e chiama Marcello. Lui la raggiunge e, adorante, tenta di toccarla senza riuscirci, come se la diva fosse un’immagine lontana ed inaccessibile. Magicamente si interrompe il flusso dell’acqua. Tutto diventa silenzio. Si è fatto giorno e la folle notte dei due è finita. Questa sequenza è diventata talmente famosa da esser citata in innumerevoli spot pubblicitari, servizi fotografici e film. Addirittura in C’eravamo tanto amati (1974) di Ettore Scola, Antonio (Nino Manfredi) e Luciana (Stefania Sandrelli) si rincontrano, dopo anni, proprio alla fontana, nella notte in cui Fellini e Mastroianni (nei panni di loro stessi) sono alle prese con la lavorazione de La dolce vita. La Fontana di Trevi fa da sfondo anche a Tre soldi nella fontana (1954) di Jean Negulesco che fu un enorme successo commerciale negli Stati Uniti. È qui che finisce il viaggio attraverso l’Italia di tre ragazze americane: tutte insieme lanciano una monetina nello specchio d’acqua, sperando in questo modo di poter tornare a Roma, dove credono di lasciare per sempre gli uomini di cui sono innamorate. Proprio questi, tuttavia, compaiono inaspettatamente, concludendo il film con il più roseo dei finali immaginabili. In questa stessa piazza, infine, la principessa Anna (Audrey Hepburn), seguita di nascosto da Joe Bradley (Gregory Peck), decide di entrare in un piccolo parrucchiere e sacrificare i suoi lunghi capelli per un taglio alla moda. Si tratta ancora di Vacanze romane, la cui scena finale è stata girata poco distante dalla Fontana di Trevi, a Palazzo Colonna in piazza Santi Apostoli. È nella maestosa Galleria degli Specchi che la principessa, tornata in ambasciata, incontra la stampa estera di cui fa parte Joe. Durante la cerimonia, tra i due protagonisti, avviene uno struggente, non pronunciato, addio. Ritornando a via del Tritone e percorrendo via Due Macelli si raggiunge rapidamente piazza di Spagna. È qui che Ettore Scola ambientò una delle scene più emozionanti di C’eravamo tanto amati (1974). Mentre Luciana (Stefania Sandrelli) viene corteggiata da Nicola (Stefano Satta Flores), che simula sulla scalinata la famosa sequenza della carrozzina de La corazzata Potëmkin, Antonio (Nino Manfredi) siede sconsolato sui gradini. Irritato per l’amore non corrisposto di Luciana, Antonio imbocca via Condotti. Nicola lo segue e cerca di calmarlo, mentre Luciana va a fare una foto tessera ad una macchina automatica sulla piazza. Quando Nicola torna alla ricerca della donna, trova solo le foto di lei, in lacrime per la fine della sua storia con Gianni (Vittorio Gassman). La piazza, la scalinata ed il vicino vicolo del Bottino hanno, in tempi più recenti, avvolto le vicende di un suggestivo dramma intimista diretto da Bernardo Bertolucci: L’assedio (1998). La protagonista Shandurai (Thandie Newton) è fuggita dal suo paese d’origine, in Africa, per ragioni politiche. Vive e presta servizio nel palazzo di Mr. Kinsky, che ben presto si innamora di lei. La donna si trova così divisa tra l’amore dell’uomo e la speranza di rivedere il suo fidanzato, prigioniero politico in Africa. In Il talento di Mr. Ripley di Anthony Minghella, Tom Ripley dà un appuntamento, ad un bar in piazza di Spagna, alla fidanzata del defunto Dickie Greenleaf, Marge (Gwyneth Paltrow). Ne dà uno, stessa ora e luogo, anche all’ereditiera Meredith (Cate Blanchett), cui ha fatto credere di essere Dickie. Non presentandosi agli appuntamenti il machiavellico ragazzo ottiene che, dalla conversazione tra le due, Marge creda Dickie ancora vivo. Infine sulla scalinata della Trinità dei Monti, in Vacanze Romane, si incontrano, dopo una casta e accidentale notte passata insieme, Gregory Peck e Audrey Hepburn. Lei gusta un gelato sui gradini, e lui, dopo averla pedinata tutta la mattina, l’avvicina fingendo un incontro casuale. I due decidono di trascorrere insieme un’intera giornata di vacanza. Attraverso via del Babuino si raggiunge piazza del Popolo. È qui che si svolge la prima scena romana di Belli e dannati (1991) di Gus Van Sant: storia di Mike (River Phoenix), giovane marchettaro di Portland, giunto a Roma alla ricerca di sua madre. Con un audace ellissi Mike, vittima di uno dei suoi attacchi di narcolessia tra le praterie dell’Idaho, si risveglia ai piedi dell’obelisco di piazza del Popolo, circondato da ragazzi di vita romani che gli gridano cose che non capisce. E ancora a piazza del Popolo, in C’eravamo tanto amati (1974) di Ettore Scola, Antonio (Nino Manfredi) incontra, dopo venticinque anni, l’amico Gianni (Vittorio Gassman) e lo scambia per un posteggiatore abusivo. In realtà Gianni è diventato molto ricco, tradendo i suoi ideali di gioventù, ma si vergogna di dire la verità all’amico di un tempo. |
||||||||||||||
| Tratto da "Roma, il grande set", a cura dell’ APT del Comune di Roma. Brochure disponibile su www.romaturismo.it | ||||||||||||||
Colosseo - Campidoglio - Foro Romano - Aventino L’incontro fra il cinema e l’area archeologica del centro di Roma era inevitabile. Certamente si tratta di una zona che permette agli spettatori di identificare immediatamente la città, ma non è solo questo. L’area compresa fra Celio, Campidoglio ed Aventino, possiede infatti un fascino unico, dovuto in eguale misura alla memoria storica di cui è portatrice ed alla imponenza delle architetture che vi si trovano. Il Colosseo è il luogo che meglio rappresenta la Roma archeologica, quello più impresso nell’immaginario collettivo. Qui, ad esempio, è ambientato il finale del film che consacrò Bernardo Bertolucci, Il conformista (1970). Basato sull’omonimo romanzo di Alberto Moravia, questo film è caratterizzato da uno stile di regia di straordinaria eleganza e modernità che influenzerà un’intera generazione di cineasti americani. Marcello Clerici (Jean Louis Trintignant) è il conformista del titolo: un uomo che, incapace di fare i conti con la propria omosessualità, arriva a proporsi come sicario alla polizia segreta fascista. Dovrà assassinare il suo mentore universitario, il professor Quadri, un intellettuale in esilio a Parigi. Nel finale del film, durante i giorni della liberazione, il Colosseo fa da sfondo al riconoscimento da parte di Marcello dell’uomo che, quando era ancora bambino, aveva cercato di sedurlo. Passato di campo politico, il conformista lo denuncia, incolpandolo del delitto che lui stesso aveva commesso a Parigi. In contrasto con la caratterizzazione cupa data da Bertolucci, il Colosseo è lo sfondo della divertente cornice de Un americano a Roma (1954). In questo classico della commedia all’italiana, realizzato da Steno, Alberto Sordi regala al pubblico il suo personaggio forse più amato: quello di Mericoni Nando o, come lui preferirebbe, Santi Bailor, ragazzotto trasteverino ridicolmente ossessionato da tutto ciò che è americano. Per riuscire a realizzare il proprio sogno di recarsi nel Kansas City, Nando ha raggiunto la cima del Colosseo e minaccia di buttarsi di sotto. È proprio mentre se ne sta lì che i suoi amici, a turno, ricordano episodi esilaranti della sua vita, dando il la alla narrazione del film. Percorrendo via dei Fori Imperiali si raggiunge piazza Venezia, dominata da uno dei monumenti più controversi di Roma: quello innalzato a Vittorio Emanuele II tra il 1885 ed il 1911 da Giuseppe Sacconi. Il modo in cui Peter Greenaway fa uso del Vittoriano, nel suo film Il ventre dell’architetto (1987), toglie ogni possibile dubbio sulla qualità scenografica di questo monumento che più volte è stato definito malignamente Torta nuziale, o anche Macchina da scrivere. Nel film di Greenaway l’Altare della Patria è la sede in cui Kracklite deve allestire la mostra su Boulée ed è qui che l’architetto americano, sempre più ossessionato dalle cupole, dai ventri delle statue romane e dal tumore che ha allo stomaco, si toglie la vita. Imboccando l’ampia scalinata detta Cordonata si giunge, da piazza Venezia, in piazza del Campidoglio. Senz’altro uno dei capolavori architettonici di Michelangelo, una sorta di palcoscenico ideale la cui suggestione non è mai stata colta altrettanto bene come dal film Nostalghia (1983). Firmato dal maggior regista russo del dopoguerra, Andreij Tarkovskij, Nostalghia è un’opera che ambisce ad essere più poetica che narrativa. Nel raccontare il sentimento di rimpianto di un artista russo, in esilio tra la campagna toscana e Roma, il film contiene passaggi di bellezza ipnotica, ma nessuno potente come quello della scena che si svolge sulla piazza del Campidoglio. Sulle note dell’Inno alla gioia di Beethoven, l’amico pazzo del protagonista, Domenico, si dà fuoco nel centro della piazza, sulla statua equestre di Marco Aurelio, in nome di un ritorno alla semplicità ormai persa del tutto nella vita moderna. Adiacente la piazza è Palazzo dei Conservatori, il cui cortile è un luogo di particolare suggestione per via dei colossali resti scultorei romani che vi si trovano. La regista neozelandese Jane Campion, sempre particolarmente abile nello scegliere ambientazioni capaci di aggiungere ad una scena elementi inusuali, vi ha ambientato un importante dialogo del suo Ritratto di signora (1996). L’ereditiera americana Isabel Archer (Nicole Kidman) si confronta con l’ambigua Madame Merle (Barbara Hershey), la donna che le ha rovinato la vita spingendola tra le braccia di Gilbert Osmond (John Malkovich), un uomo crudele e manipolatore. In questa scena Isabel comincia finalmente a capire di essere vittima di un piano terribile che mira a sfruttare la sua ingente fortuna. I giganteschi elementi marmorei dell’acrolito di Costantino (testa, mano, braccio, gamba e piedi) diventano lo scenario inquietante che sottolinea il precipitare della ragazza in un incubo ad occhi aperti. Ma se per questa americana di fine ottocento, creata dalla penna di Henry James, Roma è teatro di un incubo, per milioni di sue connazionali, da cinquant’anni a questa parte, la Città eterna rappresenta il sogno di ripercorrere i luoghi di un classico del romanticismo hollywoodiano: Vacanze romane (1954). Tra le scene più celebri del film, ve ne sono ben tre che si ambientano nell’area archeologica. Anzitutto il primo incontro tra Anna e Joe, giocato sull’equivoco, che si svolge presso l’arco di Settimio Severo, con tutto il Foro Romano sullo sfondo. In questa sequenza il giornalista interpretato da Peck, non riconoscendo la principessa, la prende per un’ubriacona: non sa, infatti che il suo strambo comportamento è dovuto all’effetto di un forte sedativo. La seconda scena è una breve visita al Colosseo che i due protagonisti fanno nell’ambito del loro giro in vespa per la città. Ma, più famosa di tutte, è la scena che si ambienta poco lontano dal Campidoglio, a Santa Maria in Cosmedin. È infatti nel portico di questa chiesa che si trova la Bocca della verità, un monumentale disco di pietra con scolpite le fattezze di una divinità fluviale a bocca spalancata. Gregory Peck racconta ad Audrey Hepburn la leggenda secondo la quale, in epoca romana, chi mentiva tenendo la mano nella bocca ne sarebbe stato morso. Impressionata, la principessa prova appena, ma, quando è il turno di Joe, il regista crea abilmente un piccolo momento da thriller: improvvisamente la mano del giornalista viene risucchiata dalla bocca e, estratto il braccio, non è rimasto che un moncherino! Naturalmente la mano è nascosta nel polsino, e lo spavento della principessa si trasforma subito in risate da parte di tutti e due. Proseguendo lungo via della Greca si raggiunge il vasto pianoro occupato dal parco del Circo Massimo. È qui che è stato girato il finale di Palombella rossa (1989) di Nanni Moretti. Si tratta di una sequenza simbolica, insolita per il cinema di Moretti che in genere mantiene sempre almeno l’apparenza del realismo. Ognuno è libero di dare la propria interpretazione a quell’enigmatico sole rosso di cartapesta che sorge sopra il Circo Massimo, dall’Aventino, e che suscita nel bambino, che è il protagonista da piccolo, una incontenibile risata. E proprio l’Aventino, che delimita a sud il Circo Massimo, è uno dei colli di Roma più frequentati dalle troupe cinematografiche. Recentemente, ad esempio, via Santa Melania e via Sant’Anselmo sono state viste sul grande schermo ne L’ultimo bacio (2001) di Gabriele Muccino. La scena è quella in cui il protagonista, Carlo (Stefano Accorsi), lascia definitivamente Francesca (Martina Stella), la ragazza con la quale ha avuto una breve avventura. Molti si sono riconosciuti nel personaggio di Carlo, che trovandosi nel momento critico della vita in cui un uomo deve definitivamente assumere il ruolo di marito e padre responsabile, si tira indietro alla ricerca di una storia sentimentale che, per l’ultima volta, gli faccia vivere l’adolescenza appena passata. Ma ancor più emozionante è il personaggio di Francesca, che viene mostrata nel momento in cui si affaccia alla vita, alle prese con la prima di tante lezioni che, si intuisce, questa stessa vita le darà. Un’altra illusione d’amore, un’altra cocente delusione: in Le notti di Cabiria (1957) di Federico Fellini, la protagonista, una prostituta inguaribilmente romantica e sognatrice, interpretata in modo indimenticabile da Giulietta Masina, viene corteggiata da un uomo, Oscar, che sembra, purtroppo sembra solo, essere davvero quello giusto. Parte di questo corteggiamento avviene nel punto più panoramico dell’Aventino: il Giardino degli aranci. Attraversando viale Aventino si raggiungono le Terme di Caracalla, l’imponente complesso del III secolo che per anni ha ospitato soprattutto due cose: prostitute e stagioni estive del teatro dell’Opera. È proprio qui che, sempre ne Le notti di Cabiria, Cabiria, la sua amica Wanda e le altre loro colleghe si ritrovano ogni sera per agganciare qualche cliente. E, nella sequenza più suggestiva, vedono passare la processione di pellegrini che si recano al santuario del Divino amore. L’identità operistica del luogo è stata invece sfruttata da Bernardo Bertolucci che vi ha ambientato la sequenza finale del suo dramma psicologico La luna (1979), storia di una famosa soprano americana che dopo la morte del marito si trasferisce a Roma con il figlio. È qui che si svolgono le prove dell’opera di Verdi Un ballo in maschera, di cui Caterina (Jill Clayburgh) è la protagonista. In questa lunga sequenza, sotto una luna piena che splende sulle antiche terme, l’ambientazione e la musica si fondono in modo emozionante alla risoluzione della trama: Joe (Matthew Barry), il figlio della protagonista, riesce finalmente ad incontrare il suo vero padre, colmando in questo modo la problematica mancanza di una figura paterna nella sua vita. Un momento di grande cinema in cui Roma è decisamente protagonista. |
||||||||||||||
| Tratto da "Roma, il grande set", a cura dell’ APT del Comune di Roma. Brochure disponibile su www.romaturismo.it | ||||||||||||||
Trastevere - Testaccio - Ostiense - Garbatella Trastevere e Testaccio hanno condiviso, prima che sorgessero le borgate, l’identità di quartieri popolari per eccellenza. Oggi le cose sono naturalmente diverse e ad accomunare i due rioni è la contesa per il primato della vita notturna capitolina. Tuttavia, tanto a Trastevere che a Testaccio, non è andata persa quella genuina romanità che è da sempre tratto distintivo di questi quartieri. Piazza Santa Maria in Trastevere sorge nel cuore del quartiere e prende nome dalla splendida chiesa omonima. Ed è proprio a questa piazza che tre film americani degli ultimi anni sono ricorsi per illustrare la Roma più pittoresca. Parliamo di Nurse Betty (2000) di Neil Labute, Hudson Hawk (1990) di Michael Lehmann e Only you (1996) di Norman Jewison. Nel primo caso la scena in questione giunge solo alla conclusione del film: la protagonista, la Betty del titolo (Renée Zellwegger), arriva a Roma, meta dei suoi sogni, dopo una serie di rocambolesche avventure attraverso gli Stati Uniti. Si tratta di una delle più inventive produzioni americane degli ultimi anni ed il personaggio principale, quello di una provinciale americana innamorata di un divo delle soap operas, è ritratto con grande affetto dal regista. Viceversa in Hudson Hawk si fa ampio uso di ambientazioni romane, in cui vengono calate le avventure del mago del furto, interpretato da Bruce Willis. In piazza Santa Maria in Trastevere il protagonista si ritrova catapultato da un rocambolesco inseguimento sui tetti del Vaticano, ad una romantica cena con Anna (Andie MacDowell), una misteriosa donna che assume alternativamente le identità di esperta d’arte, agente segreto e suora. Infine in Only You piazza Santa Maria in Trastevere è lo scenario del primo incontro tra i due protagonisti, Faith (Marisa Tomei) e Peter (Robert Downey jr.). Il film racconta le peripezie di una giovane americana a cui è stato predetto che troverà il vero amore con un ragazzo dal nome Damon Bradley. Scoperto che un Damon Bradley esiste davvero, Faith lo insegue in lungo e in largo attraverso l’Italia. Nella scena a Trastevere, Peter, che s’è innamorato della ragazza calzandole una scarpa, finge di chiamarsi Damon Bradley per tentare di conquistarla. I tipici locali che affollano le strade e le piazze di Trastevere, come si è già capito, sono stati spesso sfruttati come sfondo per situazioni cinematografiche. Celebre, ad esempio, è la scena ambientata in un ristorante di Trastevere da Pasolini in Mamma Roma (1962). In questo film, Anna Magnani è l’ex prostituta Roma, ora alla disperata ricerca di rispettabilità. Per evitare che il figlio, Ettore, venga negativamente influenzato dai suoi nullafacenti amici della borgata, la donna gli trova lavoro come cameriere in una trattoria che si trova a piazza de’ Renzi. Da una lato della piazza, di notte, lo osserva fiera, ignara della breve durata di quella sua felicità. Icona della romanità, l’attrice è indimenticabile in questo ruolo di donna che porta in sé una tragedia senza tempo e che la vita non riesce a spezzare. Lungotevere Ripa, che sorge tra l’isola Tiberina e Porta Portese, è teatro di una celebre scena di un classico amato in tutto il mondo: Ladri di biciclette (1948). Nel film di De Sica e Zavattini, un attacchino e suo figlio compiono una piccola odissea nella Roma ostile e disperata dell’immediato dopoguerra. Il loro scopo è ritrovare una bicicletta rubata che è indispensabile all’uomo per svolgere il suo lavoro. È proprio a Porta Portese, dove ha luogo ogni domenica il maggiore mercato delle pulci cittadino, che i due sono a un passo dal rimpossessarsi del mezzo. Sul lungotevere avviene un’inutile caccia al ladro, che sfugge ai due protagonisti per la seconda volta. Da qui in poi lo spettatore sa che ogni speranza per i due è persa, e De Sica costruisce, lenta ma inesorabile, la morsa di commozione che trova sfogo nel finale del film. Alle spalle di Porta Portese sono sorti, nei primi anni sessanta, i palazzi in cui abita la protagonista di Io la conoscevo bene (1965). Il film di Antonio Pietrangeli, uno dei migliori di quegli anni, non solo è un ritratto femminile straordinariamente attuale ma è a tutt’oggi la prova più importante di una protagonista del cinema italiano: Stefania Sandrelli. L’attrice nel film interpreta Adriana, una ragazza che diventa vittima del volgare mondo dello spettacolo, ma che è anche colpevole di una totale assenza di desideri, di passioni, di morale. Permette che la vita le scivoli addosso, senza rendersi conto della vacuità della sua esistenza, salvo poi gettarsi dal balcone del suo appartamento, con la stessa noncuranza con cui (non) ha saputo vivere. Adriana è figlia dell’Italia del boom, ma non solo, è già una ragazza di oggi: il palazzo in cui vive e muore, a Lungotevere Portuense 158, è indifferente, moderno, anonimo e rispecchia la sua condizione in modo ideale. Proprio di fronte al palazzo di Adriana sorge Ponte Testaccio. È qui, precisamente all’angolo con Lungotevere Portuense, che è stata girata la scena finale di Accattone (1961). Pierpaolo Pasolini, al debutto cinematografico, visualizza cinematograficamente quel mondo sottoproletario delle borgate romane che aveva già evocato in romanzi come Ragazzi di vita e Una vita violenta. Interpretato da Franco Citti, Accattone è uno sfruttatore di prostitute: muore in un incidente di moto, mentre cerca di scappare dopo aver rubato un prosciutto. La sua vita è segnata dall’impossibilità di andare oltre la realtà derelitta che lo circonda. Indimenticabile perciò è la battuta finale del film, Ah! Mo’ sto bene!, pronunciata morendo contro l’abbagliante marmo bianco di Ponte Testaccio in estate. La sequenza che si conclude in questo modo, inizia sull’altra sponda del fiume, a Testaccio, all’incrocio tra via Franklin e via Bodoni. È qui che Accattone ed i suoi due compari tentano di rubare generi alimentari da un camioncino e, scoperti, vengono inseguiti dalla folla. Nel quartiere Ostiense, nelle strade tra il fiume e il gazometro (via dei Magazzini Generali, via Acerbi e via Caboto), si ambienta uno dei maggiori successi degli ultimi anni: Le fate ignoranti (2001) di Ferzan Ozpetek. Il film del regista turco parte da un’idea di indubbia presa. Antonia (Margherita Buy) scopre, dopo la morte del marito, che questi conduceva una seconda vita, con tanto di amante omosessuale, Michele (Stefano Accorsi), e famiglia alternativa composta da un eterogeneo gruppo di persone lontanissimo dalla sua realtà borghese. Il film racconta l’incerto incontro tra queste due realtà, su un ring costituito dal terrazzo di Michele che è dominato dall’inconfondibile sagoma del gazometro. Dal gazometro, prendendo via Ostiense, si raggiunge piazza di Parco San Paolo. Qui, in una nota trattoria affacciata sul Tevere all’epoca frequentata anche da Pasolini e Moravia, si svolge la scena del pranzo in riva al fiume di Bellissima (1951) diretto da Luchino Visconti. Anna Magnani, in un altro dei suoi grandi ruoli, è Maddalena Cecconi, una popolana romana abbagliata dal mito del cinema. Per far sì che sua figlia Maria entri nel dorato mondo della celluloide è disposta quasi a tutto. Anche a pagare un bel gruzzolo ad Alberto Annovazzi (Walter Chiari), un traffichino di Cinecittà, che le ha promesso una raccomandazione. In questa scena Annovazzi, non contento di essersi comprato una lambretta con gli ultimi risparmi di Maddalena, tenta inutilmente di sedurla. Visconti riuscì, con questo film, a dare un quadro del proletariato molto più ricco di sfumature e contraddizioni di quello della maggior parte dei film neorealisti dell’epoca. Salendo per via Rocco, proprio di fronte al ristorante di Bellissima, si raggiunge la Garbatella, il quartiere preferito da Nanni Moretti. In Caro diario (1993) il regista romano, nel suo giro in vespa per Roma, vaga per le vie di questo quartiere, tra via Passino, via Cesinale e via Cavazzi, ed affascinato dai palazzi popolari degli anni ’20 non resiste alla tentazione di entrare in una delle case. Per farlo s’inventa una scusa: deve fare dei sopralluoghi per il suo prossimo film, un musical su un pasticciere trotzkista degli anni ‘50. |
||||||||||||||
| Tratto da "Roma, il grande set", a cura dell’ APT del Comune di Roma. Brochure disponibile su www.romaturismo.it | ||||||||||||||
Vaticano - San Pietro - Ponte Sant’Angelo - Piazza Cavour Punto di arrivo della cultura architettonica barocca ed esempio estremo del gusto scenografico del tempo, il Vaticano e l’area ad esso circostante sono stati set d’eccezione per moltissime produzioni. Ponte Sant’Angelo, ideale ingresso per una passeggiata in quest’area, fu utilizzato come trampolino per il vertiginoso tuffo nel Tevere di Accattone (1961) di Pier Paolo Pasolini. Vittorio (Franco Citti), borgataro romano conosciuto da tutti come Accattone, scommette con gli amici di riuscire a sopravvivere alla congestione gettandosi nel fiume, dopo avere consumato un consistente pasto. Un pubblico di curiosi assiste al tuffo dai barconi e dagli stabilimenti all’epoca situati sulle sponde del fiume. In questo stesso punto, Federico Fellini ambientò un’importante scena de Lo sceicco bianco (1952), suo film d’esordio che già mostra quell’originalissima propensione al fantastico che lo ha reso celebre in tutto il mondo. La giovane sposina Wanda (Brunella Bovo), in viaggio di nozze nella città eterna, si perde alla ricerca dello Sceicco Bianco (Alberto Sordi), eroe dei fotoromanzi che le ha rubato il cuore. Quando lo riesce finalmente a conoscere rimane delusa e ferita della mediocrità del suo idolo e, tormentata dai sensi di colpa verso il marito, decide di farla finita. Di notte, sulle sponde del Tevere, proprio sotto Ponte Sant’Angelo, suggestionata dagli angeli berniniani del ponte che le ricordano il suo peccato, salta nel fiume. L’acqua è però troppo bassa e Wanda riesce solo ad infradiciarsi. Sempre sotto ponte Sant’Angelo, c’era il barcone in cui la principessa Anna va a ballare con Joe in Vacanze romane (1953). Un gruppo di goffi agenti segreti cercano di riportare a palazzo Sua Altezza, un’esordiente e già indimenticabile Audrey Hepburn che per questo film vinse l’Oscar. Scoppia una rissa e Gregory Peck porta in salvo la principessa fuggendo a nuoto fino a Ponte Vittorio Emanuele II. È qui sotto che i due protagonisti, zuppi ed infreddoliti, si danno il primo tenero bacio. Una volta attraversato Ponte Sant’Angelo, costeggiando il castello, si arriva a piazza Cavour. È al cinema Adriano, prima che venisse rinnovato in una moderna multisala, che si reca, insieme all’amica Arianna, il giovane ed infelice Joe (Matthew Barry), protagonista de La luna (1979). Qui, i due consumano un fugace momento d’amore coronato, quando il soffitto del cinema si spalanca, dalla comparsa di una luminosa luna piena. Tornando verso il Vaticano e percorrendo via della Conciliazione si accede a piazza San Pietro, incorniciata dal maestoso colonnato del Bernini. È qui che Wanda, nella scena finale de Lo sceicco bianco (1952), incontra per la prima volta gli impazienti parenti del marito. Per tutto il film, infatti, Ivan (Leopoldo Trieste) ha dovuto inventare mille scuse che giustificassero agli occhi dei familiari la scomparsa della sua giovane sposa. La famiglia, finalmente al completo, attraversa piazza San Pietro per recarsi in udienza dal Papa. A Fellini bastano le espressioni dei due giovani sposi per narrare la loro tenera riconciliazione e Wanda, rivendicando timidamente la sua innocenza, dichiara al marito che il suo Sceicco Bianco è soltanto lui. La vicenda si chiude in bellezza con il gruppo che trotterella frettoloso verso la Basilica, sulle note della marcetta che Nino Rota scrisse per questo film, inaugurando il suo sodalizio artistico con Fellini. In tempi più recenti, di fronte a piazza San Pietro, Michael Corleone (Al Pacino), ne Il padrino parte III (1990) di Frances Ford Coppola, varca un’immaginaria dogana per accedere ai misteriosi palazzi del potere vaticano. La vicenda inscenata è liberamente ispirata a quella reale del Banco Ambrosiano ed i palazzi vaticani sono popolati da cardinali senza scrupoli e da spietati uomini d’affari, che non esitano a competere con la mafia americana. Marco Ferreri invece ne L’udienza (1971) mise in scena una satira rovente sulla gerarchia cattolica e sull’idea di potere, utilizzando come sfondo quasi esclusivamente la zona circostante a piazza San Pietro. In questo film Amedeo (Enzo Jannacci) cerca disperatamente di conferire con il Papa, trovandosi così a lottare contro la burocrazia clericale e il commissario Aureliano Diaz (Ugo Tognazzi). La vicenda, dai toni kafkiani, culmina sotto al colonnato del Bernini con la morte del protagonista, ormai esausto e definitivamente frustrato nei suoi tentativi. Sulla sinistra della Basilica di San Pietro si trova l’accesso per l’ascesa alla cupola michelangiolesca. Si tratta di un percorso emozionante, nel quale si alternano vertigini, claustrofobia e panorami meravigliosi. Federico Fellini lo ricostruì a Cinecittà per mettere in scena la sequenza de La dolce vita (1960) in cui Marcello (Marcello Mastroianni) insegue Sylvia (Anita Ekberg) sull’angusta salita alla cupola. Una volta raggiunta la cima, i due rimangono in contemplazione della suggestiva veduta di Roma dall’alto. Lui tenta di avvicinarla ma, proprio in quel momento, il vento fa volare il cappello della diva che scoppia nell’ennesima, giocosa, risata. |
||||||||||||||
| Tratto da "Roma, il grande set", a cura dell’ APT del Comune di Roma. Brochure disponibile su www.romaturismo.it | ||||||||||||||
Flaminio - Parioli - Salario - Nomentano La vasta parte di Roma a nord della Porta del Popolo è stata in genere poco sfruttata dal cinema. Si tratta delle zone residenziali, genericamente associate agli ambienti più benestanti della città e questa loro identità viene naturalmente riflessa dal mezzo cinematografico. Ci sono però delle eccezioni: il protagonista di Umberto D. (1952) di Vittorio De Sica, ad esempio, non può certo dirsi benestante. È un anziano pensionato e l’appartamento in cui vive, in via Flaminia, tra piazzale Flaminio e piazza della Marina, appartiene ad una donna con la quale è indebitato e che, essendo in procinto di sposarsi, lo vuole sfrattare. È questa la premessa da cui prende avvio il più intenso ritratto della vecchiaia nel cinema mondiale. La solitudine, l’insufficienza della pensione, l’indifferenza circostante il protagonista, sono tutti elementi che all’epoca fecero gridare ai benpensanti che i panni sporchi si lavano in casa. Proseguendo per via Flaminia si raggiunge via Pietro da Cortona, dal quale è visibile, sullo sfondo, lo Stadio Flaminio. È in questa via, collegata da una piccola scalinata a Lungotevere Flaminio, che De Sica ha ambientato la commovente scena finale di Ladri di biciclette (1948). Ci sono dei momenti in cui il cinema diventa leggenda: in tal senso questa scena sta alla pari con quella della morte di Anna Magnani in Roma città aperta e quella del bagno nella fontana di Trevi ne La dolce vita. È indimenticabile la mano del piccolo Bruno che stringe quella del padre dopo che questo, colto nel suo tentativo di rubare una bicicletta di fronte al numero civico 1 di via Pietro da Cortona, ha rischiato di essere linciato dalla folla uscente dallo stadio. Il neorealismo italiano portava, per la prima volta al cinema, la verità di emozioni della vita vera, anche se paradossalmente De Sica si servì di un espediente per far piangere il piccolo protagonista: riempitegli di nascosto le tasche di cicche lo accusò di essere un ciccarolo fino a farlo esplodere in lacrime. Nella poco distante piazza Melozzo da Forlì vive la famiglia protagonista di Mignon è partita (1988), il film che rivelò Francesca Archibugi come delicata narratrice della quotidianità apparentemente più banale. L’arrivo di Mignon, cuginetta francese bella e snob, porta lo scompiglio in questa famiglia del quartiere Flaminio suscitando in uno dei figli, Giorgio, i turbamenti legati alla fine dell’adolescenza. Il quartiere Flaminio sorge ai piedi del colle dei Parioli, che a Roma è il quartiere per eccellenza della borghesia più facoltosa. È questo l’uso che ne fa, ad esempio, Roberto Rossellini in Europa ’51 (1952). Nel film Ingrid Bergman è una ricca americana che vive, col marito ed il figlio, in via Caroncini. La sua realtà, lontana da ogni sgradevolezza, è fatta di impegni mondani ed amicizie altolocate. Sarà il suicidio del suo bambino a spingerla nelle borgate, nella realtà del proletariato industriale, in aiuto dei più bisognosi, a prodigare quell’amore che sente di aver negato al figlio. Lo stile di Rossellini, che ripudia ogni effetto facile e mira invece alla depurazione dell’inquadratura, è capace di costruire immagini indimenticabili proprio perché apparentemente casuali, schegge appena accennate che si imprimono nella memoria: la Bergman che scende le scale del suo palazzo per soccorrere il figlio precipitato dalla tromba è una di queste immagini. Già in pieno quartiere Salario, preceduta dall’imponente arcata su via Tagliamento, sorge un’autentica curiosità di Roma: il quartiere Coppedé. Il nome di questo insieme di case che sorgono attorno a via Brenta deriva dall’architetto che ne ha firmato l’inconfondibile linea. Si tratta di una folle variante del liberty che sembra partorita dal mondo angoscioso della letteratura del terrore. Non stupisce quindi che Dario Argento le abbia utilizzate come sfondo della parentesi romana di uno dei suoi film più visionari, Inferno (1980). Nella città eterna, come a New York e Friburgo, sorge una delle case di tre divinità guardiane degli inferi, la Mater Lachrimarum, la Mater Sospiriorum e la Mater Taenebrarum. Indagando sulla morte di sua sorella Rose, che ha trovato in un negozio di antichità il Libro delle tre Madri, Mark Elliot (Leigh McCloskey) scopre che in queste tre case vengono commessi atroci delitti… Poco distante, al numero 118 di via Nomentana, sorge la Villa Maria Luisa, anche detta Mirafiori. Oggi la palazzina ospita i dipartimenti di lingue e filosofia dell’università La Sapienza, ma deve il suo nome alla contessa Rosa di Mirafiori, moglie morganatica di Vittorio Emanuele III che vi abitò e consumò qui la sua passione col monarca. Un’ambientazione perfetta per le vicende adultere narrate da D’Annunzio nel suo romanzo L’innocente e riprese da Luchino Visconti nel suo ultimo, omonimo, film. Pur non rientrando tra le opere maggiori di Visconti, L’innocente (1976) si segnala per almeno due motivi: le straordinarie interpretazioni dei due protagonisti, Laura Antonelli e Giancarlo Giannini, che in villa Mirafiori risiedono, e la perizia con cui il grande regista ricostruisce la Roma umbertina. Un’altra coppia di grandi attori, anch’essi in quella che è una delle loro prove migliori, dominano il film di Ettore Scola Una giornata particolare (1977): Sophia Loren e Marcello Mastroianni. Forse uno dei più vividi ritratti della vita durante il ventennio fascista realizzati al cinema, il film di Scola è interamente ambientato nello stabile di via Enrico Stevenson 24. A caratterizzare questa costruzione di epoca fascista è un enorme cortile interno. I due protagonisti sono dirimpettai su lati opposti di questo edificio ma si trovano anche su lati opposti nella vita. Lei è una casalinga imbevuta del culto della personalità di Mussolini e lui un conduttore radiofonico omosessuale, in attesa di essere trasferito al confino. Il progressivo, lento avvicinarsi di queste due persone, raccontato con sensibilità ed attenzione alle sfumature psicologiche, è racchiuso durante una sola giornata, quel 6 maggio 1938 in cui Hitler visitò Roma. Ed è proprio la radiocronaca di questo evento a scandire, implacabile e roboante, un incontro segnato e schiacciato dalla storia. |
||||||||||||||
| Tratto da "Roma, il grande set", a cura dell’ APT del Comune di Roma. Brochure disponibile su www.romaturismo.it | ||||||||||||||
Pigneto - Tuscolano - Piazza San Giovanni Bosco - Cinecittà La zona di Roma che si estende ad est della città, da San Giovanni fino ai piedi dei Castelli Romani, è stata senza dubbio la più sfruttata dalla cinematografia italiana per raccontare la vita nei nuovi quartieri del sottoproletariato urbano. È qui che Pierpaolo Pasolini ambienta i suoi primi due film, Accattone (1961) e Mamma Roma (1962), ed è sempre qui che viene girata la maggior parte del capolavoro di Roberto Rossellini che ha dato inizio al Neorealismo, Roma città aperta (1945). Al Pigneto, in via Montecuccoli 17, una traversa di via Prenestina, c’è il palazzo in cui vive Pina (Anna Magnani), protagonista del film di Rossellini. Nella Roma ancora occupata dai tedeschi, Pina è una delle tante donne toccate dalla guerra. Rimasta vedova e con un figlio, Marcello, Pina si arrangia nella vita di tutti i giorni cercando comunque di lottare per un mondo più giusto, dove Marcello e il figlio che aspetta da Francesco (Francesco Grandjacquet) possano crescere e realizzarsi. Ma proprio il giorno del suo matrimonio con Francesco, una retata di tedeschi cattura tutti gli uomini dello stabile in cui vive, compreso il suo promesso sposo. Pina cerca di ribellarsi all’arresto del suo uomo, si libera dalla stretta di una guardia tedesca, lascia correndo il cortile del palazzo, dove erano state riunite tutte le donne e i bambini, ed esce in strada inseguendo la camionetta della Gestapo ed urlando il nome del suo fidanzato. Ed è in questa scena, forse la più emozionante ed importante del cinema italiano, che Pina viene uccisa, falciata da un scarica di fucili tedeschi. Mentre la camionetta si allontana la donna si accascia in terra senza vita, sotto gli occhi di suo figlio Marcello. Sempre al Pigneto si svolge, in gran parte, Accattone. Pasolini, staccandosi stilisticamente ma non narrativamente dal neorealismo, racconta con il suo primo film la storia di Vittorio (Franco Citti), detto Accattone, borgataro di via dei Gordiani, e del mondo che lo circonda: gli amici del bar, Maddalena, la prostituta di cui è il magnaccia, l’ex moglie che non vuole saper niente di lui, il figlio che non può veder crescere. Quando Maddalena finisce in carcere lui si trova senza un soldo e senza la voglia di lavorare. Conosce un’ingenua ragazza, Stella, e pensa subito di metterla sulla strada. Il Pigneto che ancora oggi ci sembra quasi un pezzo di paese in mezzo alla città, allora appariva ancora più fuori del mondo. E qui, a via Fanfulla da Lodi, una traversa di via del Pigneto, c’è il bar frequentato da Accattone e dai suoi amici, dove lui recita la parte del duro, accettando sfide, proponendo bravate e piccoli furti. Ed è sempre qui che scatta la rissa tra lui e quelli che lo deridono per essersi davvero innamorato di Stella, che non ha il coraggio di mettere sulla strada. La prima esperienza di prostituzione di Stella è stata infatti traumatica, e Vittorio è stato costretto ad andarla a recuperare sull’Appia Antica. Da via del Pigneto, attraversando via Casilina, si raggiunge via Tuscolana, la grande arteria che porta a Cinecittà. È in questa parte della città, più precisamente al Quadraro, che si ambienta il secondo film di Pasolini, Mamma Roma (1962). Quando il suo protettore si sposa, la prostituta Roma (Anna Magnani) cerca di rifarsi una vita insieme a Ettore (Ettore Garofalo), il figlio adolescente cresciuto lontano da lei e con cui ha difficoltà a creare un rapporto. Mamma Roma apre un banco di frutta al mercato di via del Quadraro, mentre Ettore trova lavoro come cameriere. Ed è l’inquieta adolescenza del ragazzo, contrapposta alla impotente figura materna della Magnani, ad essere il centro del film: Ettore che gioca con i coetanei al Parco degli Acquedotti, Ettore che tra le fratte del parco scopre il sesso, Ettore che si mette in un brutto giro di ladri da quattro soldi, Ettore che muore in carcere… Quando Mamma Roma riceve la notizia, abbandona il banco del mercato e corre a casa, apre le finestre ed urla disperata guardando la via sotto di lei, bianca, accecante per il sole e desolata, immobile. Attraversando via Tuscolana, dalla parte opposta al Quadraro, c’è piazza San Giovanni Bosco dove Federico Fellini ha girato alcune scene de La dolce vita (1961): è su questa piazza che abita il professor Steiner (Alain Cuny), amico di Marcello (Marcello Mastroianni). La dolce vita si apre proprio con la lunga sequenza in cui la statua del Cristo, trasportata da un elicottero, vola sopra la cupola metallica della chiesa di San Giovanni Bosco per poi sorvolare tutta Roma. Ma da ricordare è soprattutto la scena in cui la moglie di Steiner riceve la notizia del suicidio del marito, con tutti i paparazzi che le vanno incontro sulla piazza e con Mastroianni che cerca di proteggerla, facendola salire su una macchina e difendendola dai fotografi. È comunque curioso il fatto che Fellini abbia utilizzato la piazza per tutte le scene esterne dell’appartamento di Steiner, mentre per quelle interne, ricostruite in studio, utilizzò come sfondo il Palaeur, facendo credere che il quartiere fosse l’Eur. Alla fine di via Tuscolana, prima del Grande Raccordo Anulare, c’è Cinecittà che, oltre ad aver ospitato nei suoi studi tantissimi set di film italiani ed americani, è anche l’ambientazione di tre importanti film sul mondo del cinema: Bellissima (1951) di Luchino Visconti, Due settimane in un’altra città (1962) di Vincente Minelli e Il disprezzo (1963) di Jean-Luc Goddard. Nel film di Visconti la Magnani interpreta il ruolo di Maddalena, popolana romana che sogna per la sua piccola figlia un futuro da star. La sottopone così ad un’infinita serie di provini per un film in cui cercano una bambina. Solo quando Maddalena assiste abusivamente alla proiezione dei provini, capirà che in fondo il cinema è un mondo in cui i sogni si bruciano. Nella saletta di proiezione il regista Blasetti (nella parte di se stesso) ed i suoi collaboratori reagiscono con risa e sberleffi all’esibizione di sua figlia che piange disperata di fronte alla macchina da presa: Quella non è una bambina, è una nana!, urla uno dei collaboratori. In Due settimane in un’altra città, Vincente Minelli compie un amaro bilancio sulla decadenza creativa di Hollywood all’inizio degli anni sessanta. Jack Andrews, attore sul viale del tramonto (Kirk Douglas), ritrova la voglia di vivere diventando regista del film che sta interpretando a Cinecittà. Il film è un ritratto disilluso di un cinema americano che neppure col trasferirsi nella Hollywood sul Tevere ha saputo rigenerarsi. Il disprezzo, infine, racconta la storia di uno sceneggiatore francese, interpretato da Michele Piccoli, che giunge a Roma con la sua bella moglie, Brigitte Bardot, per tentare di salvare un disastroso film diretto da Fritz Lang (nella parte di se stesso). È in questo contesto che si consuma la storia d’amore e gelosia tra lo sceneggiatore e sua moglie, oggetto del desiderio da parte del produttore americano del film, Jack Palance. L’uomo, inizialmente, tollera le avances che il produttore fa alla moglie, ma in questo modo suscita il disprezzo della consorte e quando si ribella è ormai troppo tardi. La lunga scena iniziale del film, che mostra una troupe al lavoro per un viale di Cinecittà, è una delle più belle mai realizzate su come funziona un set cinematografico. La leggenda degli studios romani, in attività da quasi settant’anni, è legata ad un’intera epoca del cinema americano, quella che ricreò il fasto dell’antica Roma nella Hollywood sul Tevere, in film che fecero il giro del mondo: Ben Hur (1959) di William Wyler, Quo Vadis (1951) di Mervyn LeRoy, Cleopatra (1963) di Joseph L. Mankiewicz, La caduta dell’impero romano (1964) di Anthony Mann. Ma un contributo essenziale alla fama di Cinecittà l’ha senz’altro dato Federico Fellini che nel celebre Teatro 5, il più vasto d’Europa, ha girato la gran parte dei suoi capolavori. Dopo anni di relativa decadenza Cinecittà è tornata, recentemente, ad ospitare produzioni di rilievo internazionale. Basti pensare a film come U-571 (2000) di Johnathan Mostow, Le avventure del barone di Münchausen (1989) di Terry Gilliam, Cliffhanger (1993) di Renny Harlin. L’ultimo film di Martin Scorsese, Gangs of New York, vi è stato girato per intero. Ora, a parte mostre straordinarie o iniziative estive, visitare Cinecittà non è molto semplice, ma un recente progetto del Comune di Roma prevede la creazione di un Museo del Cinema che permetterà di accedere ai famosi studi. |
||||||||||||||
| Tratto da "Roma, il grande set", a cura dell’ APT del Comune di Roma. Brochure disponibile su www.romaturismo.it | ||||||||||||||
|
Il Palazzo della Civiltà del Lavoro, nel Quadrato della Concordia, è probabilmente il palazzo romano più sfruttato dal cinema. Popolarmente detto il Colosseo quadrato e costruito, come la maggior parte delle monumentali costruzioni dell’Eur, sotto il fascismo, il Palazzo della Civiltà del Lavoro compare già in Roma città aperta (1945) di Roberto Rossellini dove fa da sfondo alla scena in cui i partigiani assaltano le camionette dei tedeschi che hanno appena catturato Manfredi (Marcello Pagliero), uno dei capi comunisti della resistenza, e Francesco (Francesco Grandjacquet), fidanzato di Pina (Anna Magnani). Il Colosseo quadrato diventa poi il surreale set de Le tentazioni del dottor Antonio (1962), episodio di Boccaccio ‘70 diretto da Federico Fellini, in cui Antonio (Peppino de Filippo), professore borghese e moralista, viene tormentato da un osceno manifesto pubblicitario posto di fronte a casa sua, in viale Asia. La gigantografia ritrae una provocante Anita Ekberg che invita a bere un bicchiere di latte. Il povero Antonio protesta a tal punto contro tutto ciò che rappresenta quella donna da farla diventare una sua ossessione… e la Ekberg lo ripaga con la moneta giusta. Una notte Antonio si sveglia di colpo, va a controllare il manifesto e con sorpresa scopre che l’immagine della donna ha abbandonato la pubblicità. Antonio, insospettito, esce di casa e s’aggira tra i viali fino a quando lei, in carne ed ossa ed in dimensioni gigantesche, le stesse del poster, gli compare davanti proprio sulla scalinata del Colosseo quadrato. Terrorizzato, Antonio, cerca di scappare ma Anitona, questa volta nel vero senso della parola, lo insegue per tutto il viale della Civiltà del Lavoro, fino al Palazzo dei Congressi… Anche Bruce Willis, nei panni di Hudson Hawk (1991), ha fatto la sua comparsa al Palazzo della Civiltà del Lavoro, per l’occasione trasformato nel quartier generale della multinazionale dei perfidi miliardari Darwin e Minerva Mayflower. I due super-criminali ricattano Hudson affinché rubi nei Musei Vaticani il codice leonardesco contenente le istruzioni per trasformare il piombo in oro. Per una volta l’edificio non è solo sfondo di una scena girata in esterni ma accoglie anche, al suo interno, il grande salone dei convegni della Mayflower. Più recentemente il Palazzo della Civiltà del Lavoro è stato suggestivamente utilizzato da Julie Taymor in Titus (1999), un interessante adattamento, soprattutto dal punto di vista scenografico, del Tito Andronico di William Shakespeare. In questo film il Colosseo quadrato si trasforma nella reggia dell’Imperatore Saturnino (Alan Cumming) e della sua consorte Tamora, regina dei Goti, interpretata da Jessica Lange. La donna ha giurato di vendicarsi del generale romano Tito Andronico (Anthony Hopkins), colpevole di averle ucciso il primogenito di fronte ai suoi occhi. La scena più curiosa, all’inizio del film, è quella del comizio dei due pretendenti al trono: Saturnino e Bassiano. I due fratelli raggiungono separatamente il Palazzo della Civiltà del Lavoro a capo di due cortei caratterizzati da colori calcistici: i supporter di Saturnino portano bandiere giallorosse mentre quelli di Bassiano biancazzure. La lotta tra i due fratelli è un vero e proprio derby, infatti ognuno dei due deve convincere il Senato e il generale Tito d’essere il degno successore del defunto imperatore. E purtroppo la scelta di Tito e del Senato ricade sul perfido Saturnino… Ma l’Eur non è soltanto il Palazzo della Civiltà del Lavoro. Spostandoci lungo viale Pasteur e attraversando viale Europa, si arriva a viale America, ovvero al Laghetto dell’Eur. È qui che di notte, ne L’ultimo bacio (2001) di Gabriele Muccino, si incontrano Carlo (Stefano Accorsi), e i suoi amici: in piedi sulla cascatina che scende dal colle del Palazzo dello Sport brindano al loro futuro, cercando di respingere tutte le paure legate ad una vita diversa da quella che s’era sognata. Ed è sempre qui che il film finisce, con Giulia (Giovanna Mezzogiorno) che fa jogging e non rifiuta gli ammiccamenti di un aitante corridore che l’avvicina e le sorride: un dichiarato omaggio al finale di Divorzio all’italiana (1961) di Pietro Germi. Nella zona intorno al ristorante panoramico noto come il Fungo, in piazza Pakistan, e al Palazzo dello Sport, tra viale dell’Umanesimo e viale della Tecnica, sono stati girati due importanti film italiani degli anni ’60: L’eclisse (1962) di Michelangelo Antonioni e La dolce vita (1961) di Federico Fellini. Questi due registi hanno saputo sfruttare al meglio le geometrie e gli spazi della zona residenziale dell’Eur, costruita negli anni ’50, trasformandola in una metafora del disagio metropolitano. Sia Fellini che Antonioni infatti mettono in scena, tra questi larghi e deserti viali, delle coppie in crisi. Vittoria (Monica Vitti), nella lunga e lentissima scena iniziale de L’eclisse, girata in un appartamento con vista sul Fungo, lascia il suo ragazzo Riccardo perché non hanno più niente da dirsi, l’amore è finito. Quando incontra Piero (Alain Delon) comincia una storia con lui senza riuscire ad aprirsi totalmente, frenata anche dal cinismo del ragazzo, un giovane agente di borsa. Una mattina la macchina di Piero, rubata la sera precedente, viene ritrovata nel Laghetto dell’Eur: ripescandola si scopre che a bordo, annegato, c’è ancora il ladro. Passeggiando per il viottolo del parco, Vittoria viene turbata dalle parole di Piero, preoccupato che la macchina non si sia troppo rovinata e totalmente indifferente alla morte dell’uomo. Da ricordare anche la scena finale, in cui Piero e Vittoria mancano entrambi all’ultimo appuntamento e la vita scorre lenta, noiosa e ripetitiva per gli spogli viali dell’Eur. Ne La dolce vita invece, l’Eur è il quartiere in cui abitano Marcello (Marcello Mastroianni) e la sua fidanzata Emma (Yvonne Furneaux), perennemente in crisi per via delle abitudini mondane e da don Giovanni del suo uomo. Quando Emma tenta il suicidio, Marcello la porta in un ospedale dall’architettura futuribile, che altro non è che il Palazzo dei Congressi dell'Eur. Ne Il conformista (1970) di Bernardo Bertolucci, lo stesso Palazzo dei Congressi, viene utilizzato come sede del ministero della polizia segreta fascista. È qui che il protagonista, Marcello Clerici (Jean Louis Trintignant), viene assunto come sicario per l’omicidio del professor Quadri. Bertolucci trasforma l’ambientazione in un luogo dell’anima in cui il fascismo si fa presenza tangibile attraverso la sua architettura. L’ordine irreale cela un’anima nera, depravata, impersonata da un’enigmatica figura femminile. E visto che siamo all’EUR perché non arrivare fino al mare? E’ qui sulla spiaggia di Ostia, lido e quartiere di Roma, che comincia Io la conoscevo bene (1965) di Antonio Pietrangeli. Adriana (Stefania Sandrelli) prende il sole in un pomeriggio estivo, si risveglia al suono del segnale orario di una radio, si alza, raccoglie l’asciugamano ed attraversa il Lungomare in bikini per andare ad aprire il negozio da parrucchiere in cui lavora. Sin dalla prima scena Adriana viene presentata come una ragazza superficiale, che pensa più al suo aspetto che al lavoro, che passa con distratta disinvoltura dal limare le unghie di una cliente al limare le proprie. Uscendo da Ostia, in direzione Fiumicino, si attraversa la borgata che sorge lungo via dell’Idroscalo. È il percorso finale del primo episodio di Caro diario (1993), il pellegrinaggio in vespa di Nanni Moretti nel luogo in cui Pier Paolo Pasolini venne ucciso: un prato incolto a duecento metri dal mare al cui centro sorge una strana e informe statua commemorativa. E forse questa è la parte più bella e commovente di tutto il film di Moretti, col suo procedere lento attraverso un paesaggio al tempo stesso desolato e caldo, ed, in sottofondo, le note del piano di Keith Jarrett. |
||||||||||||||
| Tratto da "Roma, il grande set", a cura dell’ APT del Comune di Roma. Brochure disponibile su www.romaturismo.it | ||||||||||||||
| Tratto da "Roma, il grande set", a cura dell’ APT del Comune di Roma. Brochure disponibile su www.romaturismo.it | ||||||||||||||