L’Oratorio
Le origini della Compagnia del Gonfalone rimontano al XIII secolo. Fu il papa
Clemente IV che, con “Breve” del 1267, riconobbe ufficialmente la Compagnia.
Questa, costituita poi in Confraternita, era strettamente collegata con l’opera svolta
dai grandi Ordini religiosi, e particolarmente quelli Agostiniano e Francescano, tanto
che fu San Bonaventura da Bagnoregio l’ispiratore dell’istituzione cui pare prescrivesse
anche l’abito bianco con la croce rossa e bianca in campo azzurro.
Nel corso dei secoli la Confraternita fu attiva soprattutto in campo assistenziale dove
guadagnò grandi benemerenze che le valsero, nel 1526, il conferimento della Rosa
d’Oro da parte di Clemente VII e l’autorizzazione, concessa da Giulio III a
partire dal 1550, a liberare ogni anno un carcerato curandone l’inserimento
nella società. Questo privilegio fu accresciuto, poi, da
Gregorio XIII che portò a due il numero dei prigionieri da
poter restituire alla libertà, elevando nel contempo la
Confraternita al rango di Arciconfraternita.
Addirittura eccezionale
fu, infine, l’altro privilegio
concesso consistente
nella possibilità di ottenere il
riscatto dei cristiani schiavi
degli Islamiti, per cui i membri
della Confraternita tennero
per secoli, fino al Settecento
inoltrato, contatti ufficiali
con Costantinopoli e con il
Pascià di Algeri.
L’attuale Oratorio, dedicato
agli apostoli Pietro e Paolo,
risale al Cinquecento e la
Confraternita vi si installò dopo aver avuto, dal tempo
della fondazione, diverse sedi
la cui storia è tutt’ora di complessa
ricostruzione.
L’edificio, iniziato poco prima della metà del secolo, fu integralmente compiuto e
decorato entro il 1580.
La semplice facciata a due ordini venne realizzata alcuni decenni dopo su progetto
del ticinese Domenico Castelli.
Se ragguardevolissima è la struttura architettonica, improntata ad austera sobrietà
e rievocante, sia pure in dimensioni minori, il nobile sviluppo verticale delle più
antiche costruzioni cristiane; se raro e qualitativamente pregevole appare il soffitto
ligneo intagliato da uno dei più grandi specialisti dell’epoca, Ambrogio
Bonazzini; va detto che assolutamente fondamentale, nella storia delle arti figurative,
è la tradizione pittorica che è stata giustamente giudicata dagli specialisti della
materia, quale primo esempio, destinato a gettare il suo influsso non solo sul resto
dell’Italia ma addirittura dell’Europa, di quel genere di pittura ispirata agli ideali
etici ed estetici della Controriforma, che continuò a dominare la cultura artistica
per almeno due secoli.
Se si considera schematicamente la pittura del XVI secolo, questa può essere
distinta in due grandi fasi corrispondenti, grosso modo, alla prima e seconda metà.
Mentre la prima metà può essere giudicata tutta o quasi sotto l’astro del michelangiolismo
(e nella prima metà del secolo si collocano infatti le imprese michelangiolesche
nella Cappella Sistina); la seconda metà del secolo è tutta da porre sotto l’influsso
degli ideali maturati nel lunghissimo e tormentato Concilio di Trento. Di
questi ideali per la decorazione l’Oratorio del Gonfalone offre l’esempio più compiuto
e paradigmatico.
Sotto la direzione, in un primo momento, del parmense Jacopo Zanguidi, detto il
Bertoja e, successivamente, di altri insigni esponenti della cultura del tempo fu
apprestato, tra la fine del settimo e l’inizio dell’ottavo decennio del Cinquecento,
un grande ciclo della Passione di Cristo che si snoda lungo le pareti secondo il
ritmo dell’antica Sacra Rappresentazione. Va qui ricordato, anzi, come fosse proprio
la Compagnia del Gonfalone, oltre ad organizzare numerose processioni per
vari momenti della devozione popolare, a tenere, la sera del Venerdì Santo, a partire
dal 1489, una grandiosa rappresentazione della Passione di Cristo presso la
chiesa della Pietà (oggi distrutta) al Colosseo, evento celeberrimo nella Roma del
tempo e di cui la decorazione dell’Oratorio veniva a costituire una sorta di perenne
trazione pittorica.
Gli ideali di compostezza, nobiltà, profondo e intimo sentire che, secondo i Padri
Conciliari dovevano costituire l’essenza stessa del fatto artistico, sono in effetti formulati
compiutamente sulle pareti dell’Oratorio attraverso una gamma vastissima
di espressioni; dal drammatico riquadro raffigurante la Cattura di Cristo dell’emiliano
Marcantonio del Forno (uno dei più antichi notturni nella storia della pittura)
al mesto e solenne riquadro raffigurante la Caduta di Cristo del forlivese Livio
Agresti.
In uno degli affreschi, la Flagellazione di Federico Zuccari, il ricordo dell’azione
teatrale è esplicito in quanto le figure del Cristo e dei suoi carnefici sono collocate
in una sorta di palcoscenico sopra il quale si apre un sipario.
Così come nella Cappella Sistina di Michelangelo, anche nell’Oratorio del
Gonfalone gli eventi della storia sacra sono accompagnati dalla presenza dei
Profeti e delle Sibille, opera degli stessi autori che eseguirono in corrispondenza i
riquadri sottostanti.
La vicenda si svolge dal fondo della parete destra (rispetto a chi entra) al fondo
della parete sinistra, secondo un percorso da destra a sinistra che corrisponde al
naturale movimento della lettura.
Gli affreschi sono inquadrati da colonne tortili ispirate alle colonne vitinee di San
Pietro che si dicevano provenire dal Tempio di Salomone.
Il primo riquadro, compiuto nel 1569, è l’Ingresso di Cristo a Gerusalemme del
Bertoja, artista protetto dal cardinale Alessandro Farnese. La figurazione è sovrastata
dalle figure, pure eseguite dal Bertoja, del profeta Zaccaria e della sibilla
Eritrea. Segue l’Ultima Cena di Livio Agresti da Forlì, sovrastata da un profeta non
riconoscibile e dalla sibilla Samia, fiancheggiati da figurine, inserite entro nicchie
anch’esse non ben decifrabili. Il riquadro successivo è l’Orazione nell’Orto di un
pittore che si firma come Domenico da Modena in una pala d’altare eseguita nella
Cappella Catalani in Santa Maria degli Angeli, maestro misterioso, forse identificabile
con il modenese Domenico Carnevali che fu il primo restauratore della volta
della Cappella Sistina di Michelangelo, subito dopo la morte del Buonarroti. Segue
la Cattura di Cristo dell’emiliano Marcantonio del Forno concepito come un suggestivo
notturno, sormontato da un profeta e una sibilla del Bertoja, non identificati,
ma fiancheggiati da due figurine, entro nicchie, raffiguranti Giuditta e David.
Segue il Cristo davanti a Caifa di Raffaellino Motta, detto Raffaellino da Reggio,
grande protagonista della pittura del tempo, prematuramente scomparso. Anche
in questo caso il profeta e la sibilla sovrastanti non sono identificabili.
Il ciclo procede sulla controfacciata con la Flagellazione di Federico Zuccari, datata
1573 e sormontata da un profeta e una sibilla, sempre di Zuccari, fiancheggiata
dalla figura allegorica della Carità. Dal riquadro di Zuccari cambia il punto di vista
degli affreschi, secondo un’idea probabilmente elaborata da Marco Pino da Siena,
ora concepiti secondo il principio del sotto in su. Sopra la porta è inserito il grande
stendardo, ad olio su tela, raffigurante la Vergine che accoglie sotto il suo manto
i membri dell’Arciconfraternita e li presenta alla SS. Trinità, opera del poco noto
Cesare Renzi, compiuta entro il 1575.
Al di sopra si vede la figura del re Salomone dell’estroso Matteo da Lecce. Segue
l’Incoronazione di Spine dell’orvietano Cesare Nebbia, sovrastata da un profeta e
una sibilla di Matteo da Lecce, affiancati da due figure allegoriche entro le nicchie
che potrebbero essere interpretate come Giustizia e Martirio. Il riquadro sulla
parete successiva e l’Ecce Homo di Cesare Nebbia, sormontato da un profeta e una
sibilla non identificati, pure del Nebbia. Segue la Salita del Calvario di Livio
Agresti, sovrastata da un profeta e una sibilla, dell’Agresti stesso, non identificati,
fiancheggiati dalle figure allegoriche del Dolore e della Compassione. Il riquadro
successivo raffigura la Crocifissione ed è quello più danneggiato. L’autore sembra
identificabile nel raro pittore Guidonio Guelfi del Borgo, noto per aver lavorato
in Vaticano insieme con Matteo da Lecce e per essere stato collaboratore di Livio
Agresti. La Deposizione della Croce è opera di un seguace di Daniele da Volterra
forse identificabile come Giacomo Rocca, anche se l’opera sembrerebbe eseguita
a più mani. Il profeta sovrastante è identificabile con Isaia mentre la sibilla non è
identificata. Incerto anche il riconoscimento della figura allegorica nella nicchia,
forse il Trionfo del Leone di Giuda. L’ultimo riquadro è la Resurrezione di Cristo
di Marco Pino databile, con buona probabilità, al 1572, tra i capolavori
dell’Oratorio. E’ sormontato dal profeta Giona e dalla sibilla Cumea, fiancheggiati
dalle figure allegoriche della Fede e della Speranza Divina.
I profeti e le sibille sull’arco trionfale sono frammentari e pressoché inattribuibili.
Sono identificabili il profeta Zaccaria e la sibilla Deifica. La targa che ostentano è
tratta dal Vangelo di Luca ed è interpretabile come l’inizio della Sacra
Rappresentazione.
La Pala dell’altar maggiore è riferita, per via documentaria con datazione al 1557
a Roviale Spagnolo, artista attivo a Roma e nel meridione d’Italia.
Dall’ottobre del 1960 l’Oratorio, restaurato dalla Sovrintendenza alle Gallerie e
alle opere d’arte di Roma è affidato al Coro Polifonico Romano. Negli anni 1999-
2000 gli affreschi sono stati restaurati, su impulso di Emilio Acerna, dalla
Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici di Roma.
Claudio Strinati
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