IL MUSEO NAZIONALE D'ARTE ORIENTALE
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Cooperativa IL SOGNO
Viale Regina Margherita, 192 - 00198 ROMA
Tel. +39/06.85.30.17.58 - Fax +39/06.85.30.17.56
Email: service@romeguide.it

Indirizzo:

Museo Nazionale d'arte Orientale
Sede a Palazzo Brancaccio
Via Merulana 248
cap 00185 Roma

Orari:

martedì, mercoledì, giovedì e venerdì 9:00-14:00
sabato, domenica e festivi 9:00-19:30
Chiusura
lunedi
Servizi
Ingresso e servizi per i portatori di handicap.

Ingresso

Biglietto intero: euro 6 + spese d'agenzia
Biglietto ridotto: euro 3 + spese d'agenzia

Ingresso libero per i cittadini italiani e dell'Unione Europea minori di anni 18 e maggiori di anni 65, per gli studenti di Conservazione dei Beni Culturali, Architettura e Lettere (indirizzo storico-artistico e archeologico).

Ingresso e servizi per i portatori di handicap.

LA MUSEALIZZAZIONE ATTUALE

Il museo e l'origine dell'attuale musealizzazione1

Palazzo Brancaccio: Il palazzo nobiliare che ospita il Museo Nazionale d'Arte Orientale è il risultato di successivi interventi di demolizione parziale, restauro e ampliamento condotti su una antica preesistenza settecentesca di proprietà di Mary Elizabeth Bradhurst Field, facoltosa dama dell'alta società di New York, madre di Elizabeth, moglie del principe Salvatore Brancaccio. Ella aveva acquistato nel 1879 dal Comune di Roma la chiesa, il convento, l'orto e il giardino delle suore Clarisse Francescane di Santa Maria della Purificazione ai Monti, beni assegnati al demanio comunale in seguito alla soppressione post-unitaria delle congregazioni religiose. La necessità di creare il prolungamento di via dello Statuto, secondo i nuovi tracciati del Piano Regolatore, aveva obbligato la signora Field a demolire gran parte del convento e a trasformare gli ambienti rimasti, compresa l'antica chiesa, in una dimora gentilizia.

Il progetto di trasformazione edilizia fu affidato a Gaetano Koch dal 1879 al 1883, ma l'ampiezza della dimora risultò ben presto insufficiente per le famiglie Field e Brancaccio. Luca Carimini dal 1886 al 1890 fu incaricato di proseguire la costruzione su via Merulana in direzione di San Giovanni in Laterano e di accordare la nuova edificazione con il precedente palazzo. Gli architetti Rodolfo Buti e Carlo Sacconi intervennero per completare i lavori dal 1893 al 1922.

Al primo piano era ospitato l'appartamento dei principi Salvatore ed Elizabeth Brancaccio mentre i coniugi Hickson e Mary Elizabeth Bradhurst Field, genitori della principessa, occupavano l'intero secondo piano. Il progetto decorativo degli interni, nonché l'ideazione del ninfeo e della coffee-house nel giardino, furono in massima parte frutto dell'inventiva del pittore romano Francesco Gai (1835-1917) il quale, dal primo impegno come ritrattista di famiglia a partire dal 1879, passò ad un rapporto di variegata committenza che durò fino al temine della sua vita. L'artista, accademico di San Luca, era un decoratore disinibito, che sapeva ecletticamente coniugare il rigore della tradizione classica cinquecentesca e seicentesca con il gusto provincializzato dei committenti, spesso indecisi tra l'atmosfera parigina già datata del secondo Impero, il neo rococò più austro-tedesco che francese, la tentazione dell'impaginazione e della raffinatezza del tardo barocco piemontese ed infine il fasto del barocco toscano e romano.

Ad esempio, nel soffitto della sala X il dipinto con l' Apoteosi della famiglia Brancaccio sembra rivisitare in chiave accademica la pittura celebrativa settecentesca, ma la composizione si rifà a sperimentati effetti neocortoneschi, mentre nelle cornici in stucco dominano volute e rocailles rococò. Nella grande scenografia del soffitto della Sala dell'alcova, camera da letto della principessa Elizabeth Brancaccio, il Gai ideò la Toletta di Venere, un'elegante scena in cui il rigore classicista si stempera in un colore dorato che rievoca la piacevolezza di coeve pitture francesi da Salon. Dopo la morte del principe Salvatore Brancaccio (1924) il suo appartamento fu frazionato in diverse unità abitative date successivamente in locazione. Le nuove destinazioni d'uso degli ambienti e l'effimero volgere del gusto indussero inevitabili modifiche negli interni che in gran parte occultarono, ma non cancellarono, la memoria della ricchezza e del fasto tardo ottocentesco.

I lavori di riallestimento e messa a norma degli impianti del Museo ( 1992-1994) hanno portato all'eliminazione di false pareti, contro -soffittature e intercapedini che avevano alterato l'aspetto originale dell'appartamento Brancaccio, riportando in evidenza l'eleganza delle decorazioni e degli arredi.

Il museo Il Museo è stato istituito nel 1957 con Decreto del Presidente della Repubblica, ed è stato aperto al pubblico nel 1958. Il 31 maggio 2005 il Museo è stato intitolato a Giuseppe Tucci (1894-1984), uno fra i massimi orientalisti del Novecento, che ne promosse la fondazione.

Il Museo è uno degli Istituto speciali del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, in quanto svolge compiti di tutela degli oggetti artistici ed archeologici provenienti dai paesi asiatici in ambito nazionale, provvedendo, in collaborazione con le Soprintendenze Territoriali, a controllare il transito doganale dei beni culturali, ad evitare la dispersione delle collezioni pubbliche come private, fornendo consulenza alle Istituzioni pubbliche nelle materie di propria competenza, e promuovendo la conoscenza delle culture asiatiche presso il pubblico italiano organizzando mostre, conferenze, visite guidate alle proprie collezioni.

Il nucleo iniziale delle collezioni è formato dai reperti depositati dall'Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente (IsMEO), oggi Istituto Italiano per l'Africa e l'Oriente (IsIAO) , e provenienti dalle sue missioni archeologiche in Iran, Afghanistan e Pakistan, oltre che da oggetti acquistati in Nepal e Tibet da Giuseppe Tucci tra il 1928 ed il 1954. Il patrimonio sì è poi incrementato nel corso degli anni grazie ad acquisti effettuati dallo Stato presso privati, a donazioni da parte di privati ed enti, nonché a scambi con vari stati asiatici.

Negli anni le strutture del Museo si sono arricchite di strutture utili per lo svolgimento delle sue attività: una Biblioteca specializzata, un Laboratorio di restauro, un Archivio fotografico, un Archivio delle collezioni orientali in Italia, un Servizio di Bioarcheologia e microscopia elettronica, un Servizio educativo

1 Testo a cura di Alessandra Pignotti.

Cooperativa IL SOGNO
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L'ALLESTIMENTO MUSEALE

L'allestimento museale

Il vicino oriente preistorico

Il nucleo iniziale del settore è costituito dai reperti depositati dall'IsIAO e provenienti dagli scavi condotti da questo istituto a partire dal 1956. In seguito la raccolta si è notevolmente accresciuta con acquisti effettuati dallo Stato e donazioni. In particolare, si segnalano per la loro importanza i materiali di Shahr-i Sokhta (Iran orientale, 3150-1700 a.C.), che documentano la storia e l'economia della città. Dalle necropoli protostoriche dello Swat (Pakistan nord-occidentale) provengono invece vasellame in ceramica, armi, ornamenti, utensili e figurine in terracotta risalenti all'Età del Ferro (XIV-VI sec. a.C.). Nella stessa epoca, ma nell'Iran occidentale, furono prodotti gli oggetti in bronzo denominati “bronzi del Luristan”, caratterizzati da un accentuato simbolismo di origine nord-caucasica e mesopotamica. La raccolta del Museo documenta inoltre la storia dell'altopiano iranico dal VI secolo a.C. al VII secolo d.C. attraverso le epoche Achemenide, Partica e Sasanide.

Il sito del museo e l'allestimento sono gestite da: Dott.ssa Paola D'Amore Dott.ssa Giovanna Lombardo Dott.ssa Paola Piacentin  

Il settore islamico

La sezione comprende una ricca collezione di oggetti provenienti sia da scavi archeologici, sia da acquisti sul mercato antiquario, ed appartengono alla produzione di diversi paesi quali Turchia, Iraq, Iran, Afghanistan, Asia centrale, India nonché Egitto e Spagna. Cronologicamente il materiale ricopre un lungo periodo che va dall'VIII all'inizio del XIX secolo. Gli oggetti della raccolta (oltre 2.000 esemplari) afferiscono a diversi classi di produzione, quali ceramica, metallistica, miniatura, numismatica, gioielleria, arte tessile, e sono realizzati in vari materiali e tecniche. Attualmente la sezione islamica presenta al pubblico importanti reperti archeologici provenienti dal palazzo del sovrano ghaznavide Mas‘ud III (1099-1115) a Ghazni (Afghanistan), portati alla luce dagli scavi condotti negli anni Sessanta dalla Missione Archeologica Italiana dell'IsMEO (oggi IsIAO). Si tratta soprattutto di elementi di decorazione architettonica in marmo e mattone cotto, cippi funerari in marmo, ceramiche e metalli. Sono inoltre esposte opere dall'Iran acquisite attraverso il mercato antiquario, databili in un arco di tempo che va dall'VIII al XIX secolo. Ben rappresentata è la produzione ceramica samanide (IX-X secolo) dipinta con argille liquide, e quella selgiuchide (XI-XII secolo) ad impasto artificiale, dipinta a lustro metallico, a pittura policroma (tipo mina'i ). Si segnalano, inoltre, oggetti in metallo di forme e funzioni diverse, compresi elementi di armatura. L'attuale esposizione dedicata all'Iran sarà sostituita prossimamente da una più generale che comprenderà anche opere dall'Iraq abbaside, dall'Egitto mamelucco, dalla Turchia ottomana, dalla Spagna ispano-moresca e dall'India moghul.

Gli esperti del settore sono: Dott.ssa Paola Torre Dott.ssa Gabriella Di Flumeri

 

L'Estremo Oriente

Le collezioni di questo settore offrono al visitatore una eccezionale panoramica sulla creatività e le culture della regione dalla Preistoria al XX secolo. Le culture preistoriche e protostoriche dell'arcipelago giapponese nei periodi Jomon tardo, Yayoi e Kofun (metà del III millennio a.C.-V sec. d.C.) sono illustrate da reperti archeologici provenienti da uno scambio con il Museo Nazionale di Tokyo. Sempre da uno scambio, ma con il Museo Nazionale di Seoul, vengono i vasi di gres con diversi tipi di vetrine ferruginose, del tipo detto in Occidente céladon, che rappresentano la migliore produzione delle fornaci coreane tra il XII ed il XV-XVI sec. (dinastie Koryo e Choson). Di pari importanza è la collezione – donata all'Istituto Italiano per l'Africa e l'Oriente dall'ambasciatore Giacinto – di statuine di bronzo a soggetto buddistico databili dal V al XIV sec. d.C., specchi di bronzo dal IV sec. a.C. al XIV sec. d.C., e da altri preziosi manufatti di bronzo ma di diversa funzione ed epoca, provenienti dalla Cina, dalla Corea e dal Giappone. Eccezionale per rarità e rappresentatività tipologica è la raccolta di bronzi cinesi (vasi rituali, armi e finimenti per carro e cavallo) databili tra il XIII ed lo VIII sec. a.C. acquistata sul mercato antiquario italiano nel 1986. Ricordiamo inoltre alcuni esempi della più antica statuaria buddistica cinese (in pietra e in legno) di proprietà della Banca d'Italia, che li ha generosamente offerti al pubblico godimento attraverso un deposito permanente presso il Museo; i rari vasi cinesi di gres invetriato dal sec. II a.C. al secc. V-VI d.C.; le statuine funerarie smaltate “a tre colori” dell'epoca Tang (618-907) e le porcellane di epoca Ming (1368-1644) e Qing (1644-1911). Particolarmente varia è la donazione di manufatti e oggetti d'arte di fattura cinese (dal sec. V ca. a.C. al sec. XIX) voluta da Antonia Gisondi che completa il nucleo di antiche giade (sec. XI a.C. - sec. XIX d.C.) precedentemente donato dalla stessa Signora Gisondi e dal coniuge Signor Manlio Fiacchi Fa parte di un più ampio lascito testamentario di opere d'arte del Sud-est Asiatico, del diplomatico italiano Ivanoe Tullio Dinaro, il prezioso nucleo di rarissime ceramiche invetriate che illustrano l'arte dei vasai del Vietnam settentrionale tra il sec. XI e il sec. XVI. Per quanto concerne la più alta forma d'arte dell'Oriente Estremo, la pittura, il Museo ne possiede esempi cinesi, coreani e giapponesi di diverso stile e soggetto che datano, per la maggior parte, ai secc. XVII-XIX. Ma non mancano opere più antiche, come due pitture su rotolo verticale nel classico stile giapponese (Yamato-e) del sec. XIV-XV, e di più recenti, tra cui due opere d'arte contemporanea coreana donate al Museo dagli artisti. Si segnalano, infine, una delle raccolte italiane più ricche di stampe xilografiche giapponesi del sec. XIX, per lo più ispirate al mondo del teatro Kabuki, ed una rara pittura a soggetto religioso eseguita su pelle di capra (sec. XVIII-XIX) verosimilmente proveniente dalla Mongolia Interna. L'esperto del Giappone e della Cina è il Dott. Roberto Ciarla. Settore Sud-est asiatico Il settore dell'Asia sud-orientale, che sarà aperto al pubblico prossimamente, si è in questi ultimi anni arricchito grazie a donazioni ed acquisti. Tra le collezioni si segnala la raccolta di opere birmane appartenuta a Giovanni Andreino, console d'Italia a Mandalay dal 1871 al 1885. Nucleo principale della raccolta di ceramiche e porcellane del Sud est asiatico è la collezione del diplomatico italiano Ivanoe Dinaro. Essa comprende pregevoli esempi ceramici dalla Thailandia, dal Cambogia e dal Vietnam, ed una piccola raccolta di bronzetti khmer (cambogiani). L'arte indonesiana è rappresentata da opere di oreficeria provenienti da un'altra importante raccolta privata.

Completano le collezioni del Sud est asiatico alcune sculture che documentano la statuaria buddhista, in parte pervenute attraverso uno scambio con la Thailandia, ed un piccolo gruppo di sculture khmer. Si occupa di questo settore la dott.ssa Laura Giuliano

Le sale del Nepal e Tibet

Il nucleo principale della raccolta è costituito da una vasta gamma di oggetti, tra cui si segnalano i dipinti arrotolabili su stoffa ( Thang.Ka ), le statue in lega metallica e lignee e le cretule votive ( Sa.Tsa.Tsa ), che fanno di questa una fra le più importanti collezioni d'arte tibetana del mondo, sia per la qualità tecnica che per la varietà del repertorio iconografico. La maggior parte degli oggetti fu raccolta da Giuseppe Tucci durante le sue esplorazioni, la cui documentazione fotografica è depositata presso l' Archivio fotografico . Pochi ma significativi esempi dei dipinti su rotolo sono esposti al momento. I criteri in base ai quali si è giunti alla scelta sono l'appartenenza a cicli liturgici particolarmente importanti, e le opere che riassumono graficamente concetti religiosi estremanente complessi: ad esempio il bhavacakra , schema cosmologico che illustra i sei mondi della rinascita (inferni, spiriti famelici, animali, uomini, titani, divinità mondane), e il mandala , lo ‘psicocosmogramma' (Tucci) che illustra i rapporti tra il microcosmo e l'universo.

Il curatore è il Dott. Massimiliano A. Polichetti

L'arte del Gandhara

L'arte del Gandhara è un particolare fenomeno figurativo caratterizzato dalla compresenza di influssi classici (ellenistico-romani), indiani, iranici e centro-asiatici, sviluppatosi tra il I e il IV-V secolo d. C. nelle aree dell'antico Nord-Ovest indiano, un territorio di frontiera fra mondi diversissimi, corrispondente all'attuale Pakistan e a parte dell'Afghanistan. Questo settore del Museo è uno dei più strettamente legati all'attività archeologica promossa da Giuseppe Tucci come presidente dell'IsMEO (oggi IsIAO, Istituto Italiano per l'Africa e l'Oriente) nella valle dello Swat (Pakistan settentrionale) e in particolare nelle aree sacre di Butkara, Saidu Sharif e Panr. Secondo quanto definito nell'accordo siglato con il Governo del Pakistan, una parte dei reperti rinvenuti dalla Missione Archeologica Italiana in questi siti venne assegnata all'Italia. Questa raccolta rappresenta il nucleo fondamentale delle opere conservate presso il Museo Nazionale d'Arte Orientale, istituito proprio per contenere tale collezione. Essa, senza dubbio una delle più importanti raccolte di arte gandharica al di fuori del sub-continente indiano, presenta un valore storico ed archeologico eccezionale, tanto che i nuovi studi e teorie su tale fenomeno artistico non possono prescindere dall'approfondirne alcuni aspetti.

Curatrice: Laura Giuliano

L'India La collezione comprende sculture di varie epoche storiche, provenienti da diverse aree del subcontinente indiano. Tra queste ricordiamo alcune opere della regione di Mathura, di periodo Kushana e Gupta, come il frammento di immagine del Buddha in arenaria rossa di Sikri, e le sculture di periodo Hindu-Shahi (VIII-IX sec.), tra cui il famoso “Marmo Scorretti” che raffigura la dea Durga nell'atto di sottomettere il demone bufalo. Particolarmente significative sono le tre stele in pietra scura di periodo Pala (VIII-XII sec.) dell'India orientale, con le raffigurazioni di Shiva e Parvati, di Vishnu e del Bodhisattva Avalokiteshvara, ed i rilievi dell'India centro-settentrionale, databili al X secolo circa, ispirati dal culto del dio Visnu. Altrettanto interessante è il gruppo di bronzi provenienti dall'India meridionale, tra cui merita di essere menzionata l'immagine di Shiva Nataraja (Shiva Re della danza) (X sec.), uno dei più antichi esemplari di questo genere di epoca Cola (leggi: Ciòla; IX-XIII sec.).

Gli esperti sono: la dott.ssa Laura Giuliano il dott. Massimiliano A. Polichetti

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FOTO
LA SEDE DEL MUSEO, LE SALE. LE COLLEZIONI E GLI OGGETTI ESPOSTI

Le foto sono tratte dal sito ufficiale del Museo Nazionale d'Arte Orientale del MIBAC


La grafica è a cura di Alessandra Pignotti

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A cura di Alessandra Pignotti